lunedì 28 febbraio 2011

Nel Continente Rosso

Più scene vedo arrivare dalle piazze nordafricane in fervore e più si fa strada in me l'amarezza di come certi accadimenti, identici nei loro connotati come solo la morte sa essere uguale per tutti, possano essere trattati in maniera completamente diversa.
L'Africa è un continente immenso: sarebbe sufficiente prendere una qualsiasi cartina geografica per accorgersene, allo stesso modo come basterebbe leggere un po' in giro per sapere quanti focolai di guerra insanguinano quei territori. Ma l'Occidente, si sa, ha per occhi due binocoli, che esplorano ogni cosa presente in quei cerchi di terra dove punta il suo sguardo, e che non riescono a guardare oltre le circonferenze di quel paio di lenti.
Chiarisco: io non voglio spacciarmi per fine conoscitore della storia geopolitica africana, ché bastano già i tanti finti esperti usciti alla ribalta nelle scorse settimane. E non voglio nemmeno correre l'errore di sottovalutare l'importanza delle rivolte che stanno mettendo fine ai regimi antidemocratici in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Marocco e chissà dove altro ancora.
Però ci sono altri Stati africani devastati da conflitti in quello stesso continente, molti dei quali confinanti con gli stessi Paesi che si sono guadagnati le prime pagine di politica internazionale nell'ultimo mese: il Ciad, per fare un esempio e dal quale stanno emigrando in massa verso l'Europa, o il Sudan, fresco di una secessione che difficilmente appianerà tutti i dissidi. Poi ci sono l'Etiopia, il Senegal, l'Uganda, per non parlare della Somalia che da anni è senza un qualsivoglia governo; e ancora purtroppo tante altre guerre civili che rendono l'intero continente non nero come raccontano nei libri e nelle canzoni, bensì rosso, anzi vermiglio.
Non voglio fare la morale a nessuno, perché per quello già bastano quei 30 secondi di pubblicità progresso che arrivano di tanto in tanto nelle nostre case tramite la televisione, magari a ora di pranzo facendo finta di levarci l'appetito.
Volevo solo notare come nel mondo globalizzato del terzo millennio, ancora non si riesce ad arrivare con lo sguardo oltre la riva posta di fronte al mare che bagna la nostra penisola.
Ma mi facessero il piacere.

domenica 13 febbraio 2011

Donne, non caporali

L'incredibile successo della manifestazione che oggi ha coinvolto centinaia di piazze italiane e più di un milione di cittadini in tutto il Paese ha la sua forza in un elemento raramente riscontrato prima in occasioni del genere: la semplicità.
Semplice era il messaggio da lanciare come semplici erano le persone scese per strada per rivendicarlo: non teorie per combattere la crisi e non poche radical chic (contate di persona dal Min. Gelmini), bensì cittadini qualsiasi, comuni (e non comunisti), che gridavano la propria chiara ed inequivocabile ragione.

Le donne non sono solo un oggetto creato per il divertimento degli uomini, non sono merce di scambio o strumenti di corruzione: un grido semplice e soprattutto indivisibile. Perché non c'è nessun margine di trattativa che possa portare ad una concertazione riguardanti i diritti morali (e non solo) del genere femminile, nessuna corrente interna che possa spaccare le loro pretese, nessuna presa di posizione diversa che possa prescindere dal riconsegnare la propria dignità al gentil sesso.
Ma ancora più genuini erano i protagonisti nelle piazze: donne di tutte le età, da sole o con i propri partner e talvolta anche con prole al seguito, e senza alcuna bandiera partitica. Una massa innocente, disciplinata, che non viene trascinata verso il basso come avviene di solito, quando tutte le opinioni si appiattiscono puntualmente attorno a quelle del più stupido: una folla pacifica nel suo modo di esprimersi, ma apparentemente rivoluzionaria per i segnali che vuole lanciare ad un Paese fondamentalista come il nostro per il suo maschilismo congenito.

Certamente non sono dimostrazioni di piazza come queste che fanno cadere un governo; però la speranza è che possa avviare almeno un processo di miglioramento nella mentalità e nella percezione della gente.

venerdì 11 febbraio 2011

Questione di contraddittorio

Giorno X, Giuliano Ferrara e Augustolo Minzolini si recano in udienza dal premier a Palazzo Giochi Grazioli.
Giorno X+1, lo stesso Ferrara interviene in studio  durante l'edizione delle 20 del TG1.
Il soliloquio dell'elefantino, di rado interrotto dall'ospitale conduttrice, dura 6 (sei) minuti: un'enormità di tempo considerati gli spazi esigui di un telegiornale (sempre se quello diretto da Minzolini possa ancora considerarsi tale). Un'enormità di tempo impiegata a sconfessare i puritani guardoni comunisti e difendere i gaudiosi festivi del Padrone del Consiglio dei Ministri, arrivando persino a scomodare la filosofia di Immanuel Kant pur di far quadrare il cerchio.
Ma chi nasce tondo, si sa, non può morire quadrato, tanto quanto un abuso di potere non può essere trasformato in gossip o un minorenne non può arrivare alla maggiore età prima dei diciott'anni.

Il problema sostanzialmente è questo: c'è un modo per far capire a chi governa questo Stato, in procinto di denunciare lo stesso Stato, che la televisione del solito Stato non è sua disposizione come fosse un cinegiornale fascista qualsiasi?
Coloro che si lamentano dei Ballarò e degli Annozero, dove un contraddittorio tra le parti è comunque garantito ogni sera, sono gli stessi che mandano in solitaria il teorico del berlusconismo di cui sopra sul tiggì più guardato d'Italia, oppure ritagliano sul quinto canale una rubrica fissa mattutina per il Belpietro o il Facci di turno in cui poter pontificare contro la minaccia rossa senza contraltare.

Perché chi guarda le trasmissioni di Floris o Santoro nel 90% dei casi già sa dove destinerà il suo voto in cabina elettorale; diversamente da quelle casalinghe che la mattina accendono in buonafede la televisione per avere un po' di compagnia mentre sbrigano le faccende di casa e si ritrovano il faccione e, soprattutto, il vocione del direttore di Libero che tenta di spiegargli l'inopinabile.
Non è un'eresia sostenere che politicamente sposta più mezzora di Belpietro la mattina o una telefonata di Silvio in seconda serata a Signorini piuttosto che una stagione intera di Lerner, Annunziata e Travaglio in tivvù: questi ultimi parlano ad un pubblico già fortemente politicizzato che difficilmente flotterà il suo voto da una coalizione all'altra, invece la propaganda del PdL punta agli indecisi, li va a stanare nelle loro case, dove non arrivano giornali ma soltanto la voce della D'Urso e dei suoi amici.

giovedì 10 febbraio 2011

Avocado ad interim

E puntuali arrivarono le notizie dal suo avvocato.
Che a quanto pare non è più l'on. Ghedini, impegnato a scrivere una nuova bozza sul processo breve, bensì il min. degli Esteri Franco Frattini, nominato difensore d'ufficio del PdC ad interim. Il quale annuncia un possibile ricorso a Strasburgo presso la Corte europea dei diritti dell'uomo per violazione della privacy del premier.
Eppure stavolta ero convinto che ieri Silvio c'avesse fatto partecipi della sua ennesima burlonata che non fa ridere, uno scherzo di pessimo gusto un po' come fu quello di Emanuele Filiberto e dei suoi 260 milioni di risarcimento.
Invece no, farà causa allo Stato.
Quello stesso Stato il cui nome ha campeggiato per anni sul simbolo del suo partito.
Quello stesso Stato che ha avuto (ed avrebbe ancora) il consenso, il potere e la responsabilità di cambiare, in meglio s'intende.
Quello stesso Stato che oggi più che mai si arrocca sulle solite tre torri: a) con lui, b) contro di lui, c) menefreghismo e disgusto.

Quello stesso Stato (è l'ultima, poi basta prometto) del quale ricopre la quarta carica più alta, probabilmente la più importante, di sicuro la più incisiva.
La Presidenza del Consiglio è un'istituzione dello Stato e chi ne ricopre l'incarico ne diventa parte integrante: è un concetto così semplice che mi imbarazza scriverlo.
Berlusconi oggi è un pezzo di quello stesso Stato che vuole denunciare: ma come può qualcuno arrivare a far causa a sé stesso? Delle due l'una: eccesso di onestà e autocritica oppure schizofrenia avanzata?

mercoledì 9 febbraio 2011

Avrà notizie dal mio avvocato

Il premier ha rotto gli indugi:
«Farò causa allo Stato»


Forse è la volta buona che si presenta in tribunale.

sabato 5 febbraio 2011

Irricevibilità & Irresponsabilità

Può un provvedimento presente da 17 anni nel programma di una coalizione attualmente al governo assumere nel giro di un'infornata di pizza i connotati di straordinarietà, necessità ed urgenza pretesi dall'art. 77 della Costituzione per farne un decreto legge, dopo che il medesimo è stato bocciato da una commissione bicamerale appartenente a quello stesso Parlamento che dovrà poi nel giro di 60 giorni convertirlo in legge?

Il lungo quesito qui sopra prende spunto dall'ultimo giro sul cortocircuito istituzionale innescato da questo esecutivo, l'ennesima forzatura presidenzialista tentata contro il nostro organo legislativo parlamentare, ormai sempre più inerme ed esautorato dei propri poteri.

"Irricevibile": così il federalismo 2.0 (quello municipale, dopo l'ormai accantonata versione fiscale) è stato commentato e rispedito al mittente da un incolpevole Giorgio Napolitano. Se è vero che per la nostra Costituzione il Presidente della Repubblica è irresponsabile politicamente di ogni suo atto, altrettanto irresponsabile si è dimostrato questo Consiglio dei Ministri per aver tentato una manovra simile.

prestigiatore
Calderoli minaccia avventatamente di chiedere al CdM di porre la questione di fiducia sulla votazione del provvedimento alle Camere: per un governo retto da un paio di deputati fuoriusciti dall'IdV, quello del leghista non solo è uno spauracchio da due soldi, ma potrebbe persino rivelarsi un assist estremamente ghiotto per le opposizioni.

Chi o cosa può materializzare meglio di un voto di fiducia quel "federalismo o elezioni" ripetutamente decantato da Bossi negli ultimi mesi? Dimostri una volta per tutte al "suo" "popolo" di essere capace di portare oltrepo un risultato concreto da quella Roma ladrona che lo ha visto spadroneggiare per 8 degli ultimi 10 anni come se fosse un partito d'opposizione.

O forse quel federalismo è troppo importante per le campagne elettorali del Carroccio, dove ricoprono da sempre il ruolo principale nella proposta padana, altrimenti fatta di xenofobia e secessionismo. Di fronte ad un elettorato cinico e mobile come quello italiano, la Lega potrebbe paradossalmente ottenere più consensi presentandosi alla prossime elezioni ancora una volta come coloro che otterranno il federalismo, piuttosto che vantando finalmente di essere riusciti a farlo approvare. Il dubbio sorge.

giovedì 3 febbraio 2011

Divo per una notte

Ieri su La7 dopo la visione del film Il Divo - La spettacolare vita di Giulio Andreotti, in seconda serata è andato in un onda un dibattito riguardante il potere in Italia (tranquilli, non ho alcuna intenzione di riassumervelo o aggiungere qualcosa).
Conduceva Enrico Mentana, direttore del tiggì di rete; intervenivano Paolo Mieli ex direttore del Corriere della Sera, Nicola Porro e Marco Ferrante rispettivamente giornalisti per Il Giornale e Il Riformista.

E poi, molto poi, c'era anche Umberto Ambrosoli. Non si sa che lavoro faccia (e di conseguenza neanche da chi venga pagato), non si sa per chi voti come non si sa quale sia il suo orientamento politico. Si sa soltanto che è il figlio di Giorgio Ambrosoli, l'avvocato incaricato di liquidare la Banca Privata Italiana fatto uccidere dal banchiere Sindona. Del padre, a sua volta, già sappiamo tante cose, compresa l'appartenenza ad una destra conservatrice che in Italia, in realtà, non c'è mai stata. Ma di Umberto no, non si sa proprio niente, neanche da dove venga: a sentirlo parlare non sembra neanche di questo Paese.

Interviene per primo, prendendo appena spunto dal film-biografia sul senatore a vita Andreotti, uomo accusato di essere dietro le quinte di tutto ciò che è accaduto in Italia, Guerre Puniche a parte: anche dell'omicidio del padre Giorgio, come esplicitamente insinua la pellicola.
Potrebbe abbandonarsi a qualsiasi rancorosa invettiva contro il sette volte Presidente del Consiglio o chicchessia, supportato da una qualunque tra le tante teorie complottiste fabbricate in questo Paese; e potrebbe farlo senza macchiarsi di quel senso di ridicolo che contraddistingue ad un miglio di distanza i farneticatori tricolori di turno; perché lui, il lutto, l'ha vissuto nella sua famiglia. Ed invece la sua analisi è acuta, tra le sue parole non vi è pontificazione alcuna che non sia stata certificata dalla sentenza di un giudice.

Tutto ciò appare così lontano dalla condotta di quelle fazioni che puntualmente disapprovano i tribunali ancor prima dei processi, che adottano un sistema di giustizia fatto in casa, dove i corrotti saranno espulsi dal partito solo se ritenuti tali dal partito stesso, anche contro una sentenza di primo o secondo grado. Ed altrettanto lontano anche da quella mania del complotto a tutti i costi, che indaga parallelamente su ogni aspetto e su ogni vicenda, italiana e no, sicura che ci sia sempre dell'altro dietro la versione ufficiale.
Patologie che opprimono il nostro Paese, ammesse come plausibili per chi le ha contratte dalla carente efficienza della giurisdizione italiana e dalla lunghissima tradizione di segreti o di inspiegabili verità ufficiali.
Ma c'è una giustificazione che possa valere la quotidiana delegittimazione di coloro che hanno il compito di indagare, giudicare e quanto meno provare a stabilire come stanno realmente le cose?

Mentre cercavo di darmi una risposta, ripensavo alle parole di Brecht: "sventurata la terra che ha bisogno di eroi". E ripensavo a Cuffaro, trattato come un messia per essersi presentatosi al carcere di Rebibbia per scontare una pena di 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. E per chiudere il cerchio, ripensavo nuovamente alle parole di Umberto Ambrosoli: un cittadino come tanti in un Paese con una decente coscienza civile, un alieno sbarcato da chissà dove in Italia.

lunedì 31 gennaio 2011

Lei come si pone?

Quando ci si avvia da soli per un cammino, arriva sempre prima o poi il momento in cui si avverte la necessità di avere un po' di compagnia: è la vita che te lo impone. È seguendo simili (il)logicità esistenziali che questo spazio vuole da oggi cominciare ad ospitare voci diverse da quella del suo autore, presentare ai suoi visitatori nuove opinioni ed altri punti di vista.
Il problema di come e soprattutto con chi rompere il ghiaccio non è stato da poco: l'idea che segue nasce un po' per caso, come uno scherzo tra amici.

La possibilità di intervistare l'autore dell'ultimo libro che hai letto non capita tutti i giorni, e non potevo farmela sfuggire. Il libro in questione è L'Uomo Nero, che è anche il primo romanzo giallo ad aver mai alloggiato sul comodino accanto al mio letto: ci è rimasto poco lì sopra, non più di due notti, durante quelle poche fisiologiche pause tra una pagina e l'altra.
Il merito di una lettura conclusasi così in fretta non stava nell'esiguità del racconto, che anzi superava quota 300 pagine, ma nella bravura del suo autore, capace di estrarre dai sotterranei dell'Urbe un thriller avvincente e dall'esito imprevedibile. Un registro accessibile nella sua ricercatezza ed uno stile fluido e mai autoreferenziale rendono scorrevole ogni momento della narrazione: i capitoli, brevi, con i loro continui cambi di scena, volano via uno dopo l'altro come un sacchetto di caramelle tra le mani di un bambino.
Il titolo, semplice nella sua infantile reminiscenza, è forse l'unico trascurabile difetto dell'ultimo lavoro di Luigi Sorrenti che, come forse avrete intuito, è una vecchia conoscenza di chi vi scrive.
Due vecchie conoscenze che qualche giorno fa si sono incontrate per fare due chiacchiere.

Usiamo il "tu" o il "lei"?
Questo devi deciderlo tu.

Messaggio recepito. L'Uomo Nero è la tua seconda fatica letteraria giunta diversi anni dopo il debutto con Zeus e la Luna: dove è nata l'ispirazione per questo libro e quali sensazioni accompagnano il tuo ritorno editoriale?
Zeus e la Luna non ebbe alcun tipo di successo per molti motivi, non ultimo perché probabilmente in quel libro non credevo neanche io. Infatti non feci la minima pubblicità all'opera. Però è stato un momento importante per me, di crescita e di comprensione. Ho continuato a scrivere nel corso degli anni più per me stesso che per gli altri, senza velleità editoriali, finché non è arrivato L'Uomo Nero. Il libro ha avuto una stranissima gestazione, essendo infatti nato come un romanzo su "commissione": un caro amico, proprietario di una casa editrice in cattive acque mi ha chiesto di realizzare un romanzo breve da pubblicare con lui, nel tentativo di risollevare le sue finanze. Da tempo mi affascinava l'idea di un romanzo ambientato a Roma, in cui a far da asse portante della trama fosse una specie di inquietante contrasto fra lo splendore della città ed il male che alberga nel sottosuolo. Così iniziai a buttar giù una prima bozza di quello che poi è diventato L'Uomo Nero. Nonostante nel frattempo questa piccola casa editrice abbia chiuso, ho deciso di continuare nella stesura del libro, quello che inizialmente doveva essere un classico giallo si è trasformato in qualcosa di diverso, un noir con evidenti venature della narrativa gotica; l'ho portato a termine, trasformandolo poco alla volta da romanzo breve in un vero e proprio libro.

Cosa ti ha colpito del sottosuolo dell'Urbe a tal punto da farne l'ambientazione di molti degli omicidi commessi dall'Uomo Nero?
La metropolitana di Roma è un luogo che frequento quotidianamente, abitando e lavorando nei pressi della Linea B. In metro s’incontrano tante persone, volti sconosciuti, ma che poco alla volta possono diventare familiari. Mi sono sempre divertito ad osservare queste persone, immaginare da dove vengono, dove vanno, cosa pensano, se sono felici, tristi, serene, stanche, quali fardelli si portano dietro: le loro vite insomma. La metro è un luogo a volte triste e desolante, altre volte affascinante, che ben si presta a mio parere a far da sfondo agli efferati crimini di uno psicopatico. Ambientare il libro lungo le linee della metropolitana aveva però anche un altro significato. I cunicoli che si diramano nel sottosuolo di Roma, simboleggiano quello che è il sottobosco della città, un sottobosco oscuro, misterioso, fatto da oltre duemila anni di intrighi e complotti. Basti pensare ad esempio alle origini della città, la sua fondazione avvenuta con un omicidio e poi, con il passare dei secoli, ci imbattiamo nelle pugnalate di Cesare, in Nerone, Caligola, la riforma protestante, fino ad arrivare alla Roma barocca e papalina, quella ricca e corrotta, e – dulcis in fundo – alla Roma dei giorni nostri.

La lunga storia e le antiche tradizioni di questa città sono un'eredità troppo pesante per la Roma di oggi?
Un’eredità pesantissima per qualunque città, un’eredità che Roma affronta spesso con scarsa consapevolezza del suo passato e della sua gloria, se non in maniera molto superficiale. Larga parte della popolazione romana, soprattutto le nuovissime generazioni, ignora completamente il passato della città, le sue grandezze, i suoi splendori, ma anche le sue miserie, limitandosi spesso a conoscere – e per di più superficialmente – la Roma imperiale, quella che ruotava attorno al Colosseo, la Roma dei gladiatori, in una visione distorta e iconografica, propugnataci da decine di colossal hollywoodiani.

L'intero racconto si svolge a Roma, città che non solo tratteggi nei suoi dettagli topografici, ma nella quale ti avventuri anche in un'analisi psicologica e sociale che coinvolge sia la cittadinanza che lo stesso tessuto urbano: perché proprio la Capitale e quale rilevanza assume questa caratterizzazione ai fini del racconto?
Roma si prestava bene a fare da sfondo ad un romanzo che tratta certe tematiche per una serie di motivazioni: la dicotomia fra bene e male che si respira in città ne è solo una parte. Nel libro assume una certa valenza il ruolo svolto dalla stampa nell'alimentare la psicosi collettiva: Roma ha una centralità da un punto di vista politico e sociale in Italia che ne fa una cassa di risonanza per quelle che poi sono le paure e le psicosi di un' intera nazione. Un fatto di cronaca che avviene a Roma assume sempre connotazioni particolari, diverse: si sa dove inizia e non si dove si va a finire. Perché puntualmente intervengono i vari poteri che hanno sede in città, il potere politico, quello religioso, spesso i servizi deviati e tutto viene ingigantito da quell'accanimento mediatico che trova terreno fertile nel tessuto sociale della città. E di esempi ne abbiamo in abbondanza anche solo rimanendo alla cronaca recente locale romana e nazionale.

Lo stesso titolo del libro è anche il nome con il quale i mass media identificano nel corso della storia l'ignoto serial killer, ricordando per certi versi le maratone mediatiche degli ultimi mesi per le vicende di Avetrana e Bembrate di Sotto: dove finisce la notizia di cronaca e dove inizia lo spettacolo della caccia al mostro?
Il confine è labile, è come chiedersi dove finisca il diritto di cronaca e dove inizi quello che è un vero e proprio sciacallaggio mediatico. Si potrebbe rispondere che il confine dovrebbe essere dettato dal buon senso e dal buon giusto, ma quando c'è la corsa alla notizia, quando inizia una vera e propria sfida per gli indici di ascolto e per le tirature dei giornali, il buon senso e il buon gusto vengono molto spesso messi da parte. Non è una cosa dei giorni nostri: un triste punto di partenza fu segnato con la storia di Alfredino Rampi a Vermicino nel 1981, forse il primo caso trasmesso a lungo in televisione che ha tenuto incollati milioni di persone davanti alle TV per seguirne lo svolgimento: è stato un punto di svolta, la scoperta che si potevano fare ascolti cavalcando una tragedia. Da allora è stata una discesa continua verso ciò che Giorgio Gaber chiamava cannibalismo mediatico, arrivando a definire i giornalisti "cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti e si direbbe proprio compiaciuti" e concludendo con "si buttano sul disastro umano col gusto della lacrima in primo piano".

Nel profilo che hai tracciato di Roma e dei suoi abitanti, la città diventa uno specchio dell'Italia nel suo complesso oppure assume una connotazione esclusiva?
Roma è un po' lo specchio dell'Italia, anzi, Roma è l'Italia, un'Italia all'ennesima potenza: i difetti del Paese a Roma sono più accentuati, così come anche i suoi pregi. Allo stesso modo la popolazione romana non è altro che la popolazione italiana in cui pregi e difetti sono estremizzati.

Un episodio del romanzo che vede protagonisti Roma e i suoi cittadini è il linciaggio di un extracomunitario accusato di essere il colpevole dei delitti che destabilizzano la città: qual è oggi il rapporto dei romani con gli stranieri?
Un rapporto non dissimile da quello di altre grandi città, soprattutto del nord, come Milano o Torino. Un rapporto che si basa sul contatto stretto fra persone diverse per cultura o per tradizione, da cui spesso scaturisce l'incomprensione, il rifiuto, o che finisce per sfociare nella sopportazione e finanche nel rancore. Alla base di tutto, però, c'è un forte pregiudizio che noi come popolo ci portiamo dietro nei confronti dello straniero o più in generale del diverso.

Suggestivi ed enigmatici sono i riferimenti alla religione cattoliche in alcune pagine, forse doverosi in uno scenario così legato alla cristianità ma per nulla scontati: quale rilevanza assume la religiosità nel corso della storia?
La storia si apre il giorno di Natale e si conclude il giorno di Pasqua: il lasso temporale è dunque compreso fra la nascita e la morte e la successiva resurrezione di Cristo; alcuni nomi dei protagonisti hanno chiari riferimenti religiosi e la parte conclusiva si svolge in piena veglia pasquale. A pochi metri di distanza si verificano due eventi di natura opposta: da un lato la veglia che rappresenta la vittoria del bene sul male, quindi della vita sulla morte, la vita oltre la vita; dall'altro l'ultimo delitto dell'Uomo Nero, la morte, la fine di un'esistenza. Questo contrasto fra bene e male (già usato ampiamente nella letteratura e nel cinema, basti pensare alla scena finale de Il Padrino) simboleggia il modo in cui Roma vive la presenza del Vaticano: una presenza che ha portato lustro a tutta la città, non solo dal punto di vista spirituale ma anche culturale e artistico, ma anche una presenza ingombrante e spesso invasiva sulla società e sulla vita politica del paese e della nazione.

Il Vaticano oggi ha davvero tutta questa influenza sulla società italiana?
Vorrebbe averla, e in fin dei conti ce l'ha ancora. Il vaticano politicamente in Italia sposta ancora una buona quantità di voti: di conseguenza ha una forte influenza su quella che è la vita politica e quindi sociale del Paese.

Nonostante ciò, diventa sempre più evidente la distanza tra una morale condivisa, non per forza cattolica, e la condotta dei nostri rappresentanti, non solo nel proprio ambito privato: dobbiamo definitivamente abbandonare l'aspirazione ad una classe dirigente che faccia da esempio per i cittadini?
Purtroppo ritengo che la classe dirigente sia lo specchio della nostra società. Sarò pessimista o disfattista, ma i valori che la nostra società prende come riferimento ed offre sono quelli che sono: il potere, il successo, il denaro, e qualsiasi mezzo è lecito per arrivarci. I rappresentanti politici, la classe dirigente, coloro che ci rappresentano all'estero, bene o male entro certi limiti li scegliamo noi: sono il nostro specchio, lo specchio di una società che legge poco, che inebetisce davanti alla TV, in cui non vige nessuna forma di meritocrazia e dove spesso ha la meglio il più furbo. Una classe dirigente che sia d'esempio è oggi un'utopia: a meno di un completo e radicale cambiamento, non soltanto politico ma che riguardi l'intero tessuto sociale.

Si mangia con la cultura?
Ovviamente no, chi ci riesce è particolarmente bravo e fortunato ma parliamo di una percentuale davvero minima. La cultura non nutrirà il corpo, ma nutre senz'altro lo spirito. E forse è più importante.

Le parole del Ministro dell'Economia ("Fatevi un panino con la Divina Commedia") sono sembrate denigratorie a tal proposito, mentre il Dicastero dei Beni Culturali si sta distinguendo come uno dei peggiori dai tempi dell'Unità d'Italia: c'è qualcosa che non va nella concezione delle arti e della cultura nel nostro Paese o nel nostro governo?
Dare una definizione di cultura non è mai facile, ma in qualunque modo la si intenda questa gioca un ruolo fondamentale in una società. La cultura arricchisce ma non riempie le tasche: è un freno alla volgarità dilagante, aiuta a distinguere tra ciò che è bene e ciò che è male. È uno strumento fondamentale per giudicare chi ci governa, è un riscatto dalla povertà. Da sempre i regimi totalitari rinnegano la cultura e bruciano i libri: perché dalla consapevolezza, dalla cultura, nasce la rivolta.
Ora in Italia ovviamente non siamo a questo livello, anche se sembra che ce la si stia mettendo tutta per arrivarci, e ritengo che i problemi in materia siano atavici e non riguardino esclusivamente questo governo o questo ministero dei beni culturali.
Sicuramente c’è qualcosa che non va se diamo così scarso peso a quest’aspetto che è e rimarrà sempre fondamentale per la vita di un uomo. Siamo un Paese che ha vissuto per secoli di arte e di letteratura, siamo il Paese della cultura per antonomasia, ed oggi è come se avessimo una specie di rigetto o pensassimo che possa bastare la nostra storia per non inaridirci. Purtroppo non è così.

L'Uomo Nero è un giallo noir: al di là della letteratura di genere, c'è qualche autore dal quale hai tratto ispirazione durante la sua stesura?
Non c'è un autore a cui mi ispiro, ritengo che ognuno debba scrivere com'è capace di farlo, senza tentare di imitare nessuno: ognuno ha il suo stile.

E allora quali sono i tuoi scrittori preferiti?
Bella domanda. Difficile fare una lista: per fare un paio di nomi, adoro Hemingway e Bukowski. Tra gli italiani, invece, mi piace molto De Luca.

I libri che ti hanno catturato di più?
Il vecchio e il mare per me é il libro perfetto, quello cui ogni scrittore dovrebbe tendere. Un libro breve, secco, asciutto, che riesce a tenerti ancorato alla lettura anche se l'autore parla del nulla: questa per me è l'apoteosi della scrittura, un concetto un po' perverso ma è la vera grandezza dello scrivere. Poi On the road di Kerouac, Il giovane Holden di Salinger, Chiedi alla polvere di Fante, molto di Bukowski. C'è un racconto di quest'ultimo che per me è stato un punto di svolta, si chiama La mia pazzia. Parla di una tigre sulla sua schiena del vecchio Charles, che lo obbliga a scrivere ininterrottamente, perché solo così può nutrirla, darle battaglia, ma mai sconfiggerla, perché la tigre chiederà sempre di più e non sarà mai abbastanza sazia delle sue parole. Solo grazie a questa tigre sanguinaria e battagliera, lo scrittore – ma più in generale l’artista – può crescere e migliorare. Un po’ la stessa cosa che diceva Hendrix a proposito del fuoco che ardeva dentro di lui e che lo costringeva a comporre sempre nuove note e nuove melodie. La tigre e il fuoco sono due facce della stessa medaglia ed alla fine se ci pensiamo bene è ciò che diceva anche Nietzsche: “Bisogna avere il caos dentro per partorire una stella che danzi”. Ma non vorrei divagare, tornando a Bukowski, il suo racconto, termina così: E se fra voi c'è qualcuno che si sente abbastanza matto da voler diventare scrittore, gli consiglio va' avanti, sputa in un occhio al sole, schiaccia quei tasti, è la migliore pazzia che possa esserci, i secoli chiedono aiuto, la specie aspira spasmodicamente alla luce, e all'azzardo, e alle risate. Regalateglieli”Beh, io ci ho provato!

venerdì 28 gennaio 2011

Ma che bel castello

Nel frattempo, a scanso di equivoci, il reuccio si blinda nel suo castello domestico, barricato sotto l'assedio della magia rossa operata dagli stregoni comunisti, mai così pochi come adesso ma mai così potenti. La logica regale è sempre quella: col ciufolo che lei glielo dà il potere, giusto? (minuto 4 e 25 secondi): l'idea di trovarsi ancora in una Repubblica Parlamentare nemmeno lo sfiora, d'altronde nemmeno i parlamentari stessi sembrano ricordarsene.

Anche perché finché sei un (finto) giovane, persa un'elezione puoi sempre sperare di vincere quella successiva; quando arrivi alla soglia dei 75 anni, la consapevolezza di poter essere all'ultimo giro di giostra ti sovviene e fai di tutto per non scendere di sella: oramai anche i vecchi cari sondaggi sono diventati infidi, nonostante ad oggi, giusto a titolo informativo, lo darebbero ancora come il cavallo vincente su cui puntare in primavera. Meglio non rischiare.

Dal trono parte il solito ordine. Gli eserciti realisti salgono ancora una volta sui bastioni e tra un merlo e l'altro riversano giù una nuova colata di pece bollente. Può cambiare il bersaglio all'occasione: oggi la Boccassini e Santoro, ieri Fini, l'altro ieri Boffo o Mesiano, domani chissà; ma l'obiettivo rimane sempre quello e segue la solita equazione, secondo la quale tutti hanno uno scheletro nell'armadio ergo tutti possono essere attaccati ergo siamo tutti uguali o, in alternativa, vorremmo tutti essere come lui.

Non è vero! reagisci d'istinto, quasi con un moto d'orgoglio, prima di accorgerti mesto che la vita di B è davvero il triste sogno di molti, la nascosta (?) ambizione di troppi, e che tu non puoi farci niente. Solo allora arrivi a capire che il liquido nero calato dall'alto di quelle mura non ha colpito soltanto lo sventurato di turno che ha osato ribellarsi alla corona, ma si è riversato irrimediabilmente nelle campagne fuori dal Palazzo, dove sopravvivono coloro che non contano niente.