domenica 28 novembre 2010

Quanto Manca? part II

Seconda parte dell'analisi riguardante la situazione politica in vista del 14 dicembre. Tocca ai partiti del nuovo vecchio grande c'entro: Futuro e Libertà per l'Italia e Unione dei Democratici Cristiani e di Centro.

Con. Ma anche senza.
FLI. Tutto dipende da loro ma continuano a giocare con le carte coperte. Come ha sapientemente riassunto la Jena di Riccardo Barenghi questa mattina: ma Fini lo sa se Fini voterà la fiducia a Berlusconi?
Improvvisamente antiberlusconiani, si guardano in giro per mantenere in vita la legislatura il più possibile in modo da strutturare il partito e prepararlo alle elezioni. Hanno inizialmente guardato a sinistra per un governo che escludesse sia Berlusconi che la Lega: ma i numeri al Senato non ci sono a meno della improbabile fiducia di pidiellini non troppo berlusconiani. Inoltre i rapporti con l'IdV sarebbero tutt'altro che facili. Rivoltatisi a destra, sperano in un nuovo governo che perlomeno neghi la leadership a B., ma anche quest'alternativa rimane difficilmente realizzabile.
La scelta quindi probabilmente rimarrà tra un rimpasto che preveda il reinserimento dei nuovi alleati c'entristi, coi quali pare vadano d'amore e d'accordo e le elezioni in primavera: da terzo polo o con alleanza fino al PD ma non oltre, con probabile Montezemolo a fare da unificatore.
Prospettive: resistere il più possibile per cercare in tutti i modi di votare una nuova legge elettorale che premi i partiti come il suo e quello di Casini e poter stringere alleanze di governo dentro il prossimo Parlamento, vendendosi a chi offre di più.

Lui c'entra. Sempre
UDC. Ecco perché detesto i partiti che si dicono di c'entro: seppur con un elettorato ridotto e con una presenza parlamentare ristretta, in casi come questi fungono da ago della bilancia senza averne alcun merito. Acerrimo nemico della Lega ma non di Berlusconi, a differenza degli alleati finiani sono pronti per le elezioni e possono così alzare il prezzo per un'eventuale ingresso nel governo: prezzo che vorrebbero far pagare interamente a Bossi.
Anche loro in un eventuale svolta a sinistra non andrebbero oltre il PD e in un fantagoverno FLI-UDC-PD ci sguazzerebbero alla grande. Per il dopo-Silvio Casini sogna il ritorno del grande c'entro facendo da playmaker tra Fini, Rutelli e Lombardo e magari Montezemolo ma al momento i numeri sono scarsi: più probabile un semplice ritorno al centrodestra, escludendo la Lega.
Prospettive: i c'entristi sono in posizione di vantaggio per qualsiasi scenario, attenti nel cercare quello che gli consenta di cambiare la legge elettorale. Probabile ritorno in un governo B. in caso di neutralizzazione della Lega; la proposta fatta al PD è talmente svantaggiosa per i neodemocristiani da non sperarci nemmeno più di tanto.

Un appunto sugli altri partitini: ApI e MpA sono l'ultimo esempio più palese del trasformismo made in Italy. L'Alleanza per l'Italia di Rutelli nasce da una ristretta fuoriuscita della componente cattolica del PD, mentre il Movimento per le Autonomie di Lombardo è reduce dalla vittoria elettorale nella coalizione di Berlusconi. Vengono ora ad incontrarsi al c'entro partendo dalle due coalizioni che si sono affrontate alle scorse votazioni politiche nazionale. Non ho altro da aggiungere, vostro onore.

venerdì 26 novembre 2010

Quanto Manca?

Magari bastasse arrivare al fatidico 14 dicembre per buttarsi tutto alle spalle: comunque vada, ciò che ne verrà dopo sarà anche peggio.
Maggioranza risicata, nuovo governo Berlusconi, governo alternativo, elezioni: qualsiasi scenario politico non cambierà un copione già scritto di cui questa vigilia non è nient'altro che l'indigesto antipasto. Che il governo ottenga la fiducia alle Camere oppure no, non sarà difficile trovare qualcuno disposto ad accusare l'altro di tradimento o di boicottare il Paese e viceversa. Sarà una doppia razione di caciara a reti unificate di cui noi siamo già gli unici finanziatori, oltre che i soli a prenderlo dove potete immaginare.

Cheglienefrega della crisi e altrettanto cheglienefrega di mostrare un minimo di convergenza di fronte alle emergenze che colpiscono tutto il territorio. Rassegniamoci: l'unico modo che conoscono i nostri politici per ricompattare gli elettori dalla propria parte, è quello di aizzarlo contro il nemico. Senza accorgersi che l'elettorato tutto si sta bipartisanamente allontanando da loro. L'astensionismo e la scheda bianca in crescita nelle ultime tornate elettorali ne sono un sintomo, anzi una reazione ed il risultato ultimo. Purtroppo, però, da soli non portano a nulla: che si rechino alle urne 40 milioni d'italiani oppure la metà o soltanto un decimo non c'è alcuna differenza, basta una manciata di voti per convalidare le elezioni e riempire gli scranni del Parlamento.

Siccome dobbiamo accontentarci di cotanto spettacolo, proverò nei prossimi giorni a fare l'autopsia di questa classe politica pezzo per pezzo e analizzare il loro personalissimo stato di emergenza. Senza sondaggi, senza numeri con la virgola e senza riportare il loro squallido linguaggio politichese: avete la mia parola. Ma soltanto interpretando quanto è sotto gli occhi di tutti e analizzando ciò che potrebbe celarsi dietro le quinte.

Parto dai due partiti che hanno vinto le elezioni: il Popolo delle Libertà e la Lega Nord.

"Comunista!" (cit.)
PdL (in attesa che cambino nome). Hanno perso una buona quota di parlamentari e di elettorato annesso, non hanno più la maggioranza alla Camera, dove spesso vanno sotto nelle votazioni, ma mantengono quella al Senato che le vale da comodo salvavita per impedire la formazione di un governo FLI-UDC-PD-IdV (dal quale ricaverebbero sicuramente vantaggi in termini di vittimismo ma costringerebbero B. a presentarsi in tribunale in caso di decisione avversa della Corte Costituzionale il 14/12).
Perciò continuano a trattare con futuristi e c'entristi, i quali fanno sapere che la condizione necessaria per andare avanti sono le dimissioni del premier; questi accetterebbe soltanto qualora rimanesse il leader anche della nuova maggioranza, facendo così vacillare i finiani. Ipoteticamente ci sarebbero poi da ricucire i rapporti tra Casini e Bossi, impresa tutt'altro che facile.
L'alleanza col Carroccio è salda fino ad un certo punto: i leghisti avvertono l'aria del dopo-Silvio e non sono affatto certi che un futuro centrodestra guidato da Fini voglia allearsi con loro.
Prospettive: se il PdL non riuscirà a rimettere in piedi il governo, farà di tutto per impedirne uno nuovo che cambi la legge elettorale, preferendo andare subito al voto alleandosi anche da solo con la Lega. La possibile vittoria porterebbe molto probabilmente una maggioranza soltanto alla Camera e non al Senato, bloccando ulteriormente il Parlamento e costringendosi a trattare per una coalizione più ampia. Il tutto con un candidato premier che inizierebbe la legislatura a 75 anni e con l'obiettivo intermedio di succedere a Napolitano.

Il miglior manifesto di sempre
Lega. Il loro unico interlocutore è rimasto il PdL. Sicuri di una vittoria con il Porcellum cucitosi su misura, finora sono sempre stati a favore del voto subito: arriverebbero a sacrificare perfino le deleghe ricevute dal governo per il federalismo (che scadono in primavera), scaturendo addirittura dei dubbi sulla volontà del Carroccio di portarlo a compimento.
Da qualche giorno, però, hanno riaperto il tavolo per un rimpasto di governo: forse qualche luminare, merce rara trai leghisti, ha suggerito al Senatur che con i tre poli in gara la vittoria elettorale sarebbe tutt'altro che certa e quasi sicuramente zoppa al Senato. Oppure si sono accorti che con il mancato intervento agli alluvionati veneti le cose sono cambiate: la Roma ladrona, sorda alle richieste d'aiuto, oggi potrebbe essere tinta di verde agli occhi di tanti settentrionali.
Come detto in precedenza, cresce anche la preoccupazione per il dopo-Silvio ed il rischio di tornare ad essere un partito di protesta senza aver ottenuto il federalismo tanto sbandierato dopo esserci andati così vicini, sarebbe uno smacco imperdonabile.
Prospettive: rimettere in piedi il governo e arrivare al termine della legislatura ma non a qualsiasi costo; se i compromessi richiesti da finiani e c'entristi dovessero rivelarsi esorbitanti, meglio il voto subito, anche a costo di dover essere i responsabili della crisi.

martedì 23 novembre 2010

Il Cassonetto di Pandora

Aspettavo con ansia il momento in cui qualcuno avrebbe scoperchiato in tivù il vaso di Pandora della spazzatura in Campania e ne sarebbero venute fuori le verità sulle montagne di rifiuti industriali non appartenenti al tessuto produttivo napoletano.
Dico "in tivù" perché a quanto pare in questo mondo, se un fatto non lo trasmetti in televisione è come se questo non sia mai avvenuto o mai esistito. Sottolineo "in tivù" perché se ad ascoltare certe parole sono quasi 10 milioni di persone, un sesto dell'intera popolazione nazionale, forse è la volta buona che qualcuno ti prende sul serio.

Il problema è che non serve a nulla se sono soltanto articoli di quotidiani, riviste di settore, libri d'inchiesta oppure sentenze di tribunali e indagini della magistratura a rivelare certi fatti (FAT-TI). Devi andare in televisione a parlare, di qualsiasi cosa, per farti ascoltare. E anche lì, nel riflesso di un tubo catodico, rischi di non essere creduto, nonostante i fatti (FAT-TI) ti diano ragione.
Rischia di non essere creduto perfino Roberto Saviano perché la sua voce, ieri sera durante il suo monologo a "Vieni via con me" come in ogni momento della sua vita, è tradito da quell'accento partenopeo tipico di chi nasce nel capoluogo campano e cresce nel casertano. E se un partenopeo parla della sua Napoli e della sua regione difendendola e provando a far capire che le responsabilità del disastro ambientale che colpisce milioni di cittadini italiani (I-TA-LIA-NI) non sono attribuibili unicamente a loro, sei di parte: sei solo un napoletano (terrone, aggiungerei) che difende sé stesso e gli altri napoletani (terroni).
Non hai alcun briciolo di credibilità, sei solo un vittimista che prova a discolparsi per responsabilità che i fatti (FAT-TI) invece non ti attribuiscono, se non in minima parte.

Da anni Saviano è costretto a dribblare accuse di appartenere a quello o quell'altro partito o opinione politica. Ieri che ha esplicitamente affermato come le responsabilità per quanto riguardava l'aspetto politico della questione sono riconducibili a destra come a sinistra, lo scrittore è riuscito ad evitare soltanto il primo dei grandi scontri che dividono questo Paese, ma è caduto inevitabilmente prigioniero del secondo, forse meno violento e rancoroso del precedente ma sicuramente più inconcepibile e ingiustificabile: quello che contrappone il Nord al Sud. Come se non si trattasse della stessa Nazione.

Anch'io, non mi nascondo, avendo vissuto per 19 anni nella provincia napoletana dovrei essere di parte e discreditato a parlare di quest'argomento, ma ci tengo troppo per non farlo. Per evitare ogni "conflitto d'interessi", proverò dunque a riproporre qui di seguito i risultati di una ricerca condotta e pubblicata già nel Settembre 2004 dalla maggiore rivista specializzata in oncologia: The Lancet Oncology.
Kathryn Senior e Alfredo Mazza, autori della suddetta ricerca, hanno ad esempio definito il "Triangolo Italiano della Morte" il territorio situato tra le città di Acerra Nola e Margiliano (qui potrete leggere l'articolo in inglese sul sito qualora foste registrati, mentre qua potete trovarne il testo completo riportato fedelmente).La conseguenza dei versamenti dei rifiuti nelle campagne campane* provenienti dalle industrie del Nord Italia e del resto dell'Europa industrializzata (Germania soprattutto) sono un incremento considerevole dell'incidenza di mortalità nella popolazione causata dai tumori.

La tabella che vedete (tratta da Wikipedia) riassume i dati riportati nell'articolo citato e dice che per ogni 100.000 abitanti, nel territorio sopra citato (riferente all'ASL NA4) i morti per cancro al fegato sono superiori rispetto alla media nazionale del 175% tra la popolazione maschile (38,4 contro 14) e del 245% tra quella femminile (20.8 contro 6): questo è solo il dato più eclatante e direttamente indirizzabile al consumo di alimenti tossici e al contatto con ambienti contaminati, ma ci sono altre coincidenze preoccupanti come le maggiori percentuali dei tumori per laringe, vescica e sistema nervoso.
Ma ancora più terrificante è sapere che sono dati aggiornati al 2002 e che non tengono quindi conto del peggioramento di una situazione precipitata in tempi recenti fino alle emergenze televisive (e solo televisive, dato che il problema è in realtà perenne ma solo di tanto in tanto cattura l'attenzione dei media) del 2008 e di oggi.

Io mi rendo conto che informarsi, documentarsi e poi farsi una propria opinione sia più difficile di guardare la televisione, vedere cumuli di munnezza per i vicoli di Napoli e offendere una cittadina intera mortificata dai soprusi di politici (e) criminali senza scrupoli, ma bisogna a fare qualche sforzo ogni tanto.
Perché poi si sa, le scorciatoie sono sempre le vie più comode: la camorra insegna.


*campagne campane è un'assonanza voluta per ricordare come la bontà dei frutti di queste terre era celebre sin dai tempi dei Romani da darne addirittura il nome all'intera regione: quelle stesse terre rovinate oggi per sempre pur di assicurarsi qualche soldo o qualche poltrona in più.

giovedì 18 novembre 2010

Cose Nostre

Le polemica tra Roberto Saviano ed il ministro degli Interni Maroni, congiuntamente all'arresto di ieri del boss camorrista Antonio Iovine, offrono l'occasione per parlare di lotta alle mafie.

Due rapide parole sulla disputa trai due Roberto: se Saviano ha compiuto sicuramente un passo più lungo della gamba nella sua ricostruzione dei contatti tra Lega e 'ndragheta, Maroni ha peccato forse di ipocrisia nello smentire affermazioni non del solo scrittore casertano ma perfino sue.
Certamente il ministro non ha mai sostenuto che la Lega intreccia rapporti con le mafie ma ha più volte ribadito la presenza di nuclei della criminalità organizzata nel Settentrione e particolarmente in Lombardia. Se il Nord è praticamente in mano al Carroccio e ai suoi alleati del PdL, e se è vero quanto da lui confermato ieri sera ospite da Matrix a proposito dell'infiltrazione mafiosa, alla luce di tutto ciò Cosa Nostra, Camorra e 'ndrangheta con chi possono interloquire oltre il Po per allargare i loro affari? Coi radicali? Con Rifondazione?

Maroni, dall'alto dei successi ottenuti dalla squadra antimafia durante il suo dicastero (dei quali tutti, io per primo, gli dobbiamo rendere merito e gratitudine), si dimentica di essere soltanto uno dei componenti della Lega. Non può prenderla sul piano personale se qualcuno, alla luce di inchieste giudiziarie ancora in corso, profila un rapporto tra un mafioso e un leghista: perché Maroni non è tutta la Lega, ma soltanto un suo esponente (il più capace, sicuramente) e le mele marce nascono ovunque.

Un'altra questione che il ministro dovrebbe spiegare, è in che modo potrebbe continuare la lotta antimafia se non ci fossero le intercettazioni e come potrebbero lui ed il suo partito, di cui prende strenua difesa, votare un decreto che le impedirebbe/limiterebbe sensibilmente: tutte proposte farina del sacco del suo caro premier. Proprio quelle intercettazioni ambientali e telefoniche che ieri, come in molti casi precedenti, hanno permesso di garantire alla giustizia la lunga lista di pericolosi boss che può vantare di aver visto passare in manette durante la sua permanenza agli Interni.

Ovviamente soddisfatto
Ribadisco la gratitudine e l'ammirazione per gli uomini che hanno raggiunto questi risultati e per Roberto Maroni che ne ha garantito l'operatività, ed è per questo che inviterei il ministro a non cadere nella trappola del garantismo ad ogni costo.

E aggiungerei un ultimo appunto su quanto da lui detto sempre ieri sera su canale 5 (cito a memoria in assenza di supporti video):
"La presenza dei militari nel napoletano durante il settembre del 2008 ha permesso ai cittadini di rendersi conto della gravità della situazione e della presenza dello Stato, e i risultati si sono visti."
Ecco, caro ministro, perché non continuare a tenere l'esercito di presidio nelle zone maggiormente minacciate dalla presenza delle mafie? Perché non continuare a far sentire la presenza dello Stato laddove c'è più fiducia nella criminalità organizzata che nelle istituzioni? Perché non provare ad aggiungere la sensibilizzazione quotidiana delle popolazioni ai successi dei tanti latitanti arrestati?

Studia, Gasparri, Studia!

Non credo che questo sia il semplice e rozzo grido di una parte politica contro quella avversaria.
Bensì lo sfogo dell'indignazione di chi si prepara ogni giorno per farsi trovare pronto quando il mondo del lavoro, o il dovere di Stato, li chiameranno a rispondere contro chi svolge importanti ruoli all'interno delle istituzioni politiche italiane senza sapere minimamente di cosa si stiano occupando.

mercoledì 17 novembre 2010

Primarie alla Scala

Se Sparta piange, Atene non ride (lo scambio di città è voluto e doveroso).  
Mentre il governo di Berlusconi balla al ritmo della Tarantella de lu centrodestra (parole di Checco Zalone, musiche di Gianfranco Fini), sulla sponda sinistra di Teatro Montecitorio riescono a trovare un modo per non approfittare delle disgrazie altrui.
Galanteria? Macché. Quelle che dovrebbero essere le prove generali di un commedia a lieto fine, si trasformano sul palco del PD in scene da requiem, con pianti e strilli degni della migliore tragedia euripidea.

Batterà i pugni sul tavolo?
Il lutto elaborato in casa Bersani questa settimana è dovuto alla sconfitta di Stefano Boeri, candidato ufficiale della segreteria piddina, contro il vendoliano Giuliano Pisapia nelle primarie di coalizione per scegliere l'avversario della Moratti alle prossime elezioni comunali a Milano.
Con questo preludio si alza a sorpresa il sipario e gli attori, ancora alle prese con truccatori e costumisti, incerti su un copione non già memorizzato, sono costretti ad apparire in scena e recitare a braccio, sebbene si tratti della replica di uno spettacolo già uscito nelle sale poco meno d'un anno fa in Puglia.
La recidiva, però, rende quel melodramma dal sapore antico uno modernissimo psicodramma.
Davanti a delle quinte di diffuso malcontento vanno in scena smorfie di disappunto, borbottii, parole di delusione, gesti di stizza, autocritica (poca), critica (a fiumi) e accuse fino all'atto di responsabilità finale.

Peccato.
Peccato perché lo strumento di scelta dei candidati instaurato dal PD nel centrosinistra è un meccanismo democratico che non può che far bene ad una giovane democrazia come quella italiana. Purtroppo, essendo così giovane e altrettanto travagliata, la nostra democrazia ancora non è riuscita a completare il percorso formativo dei suoi partecipanti. Non c'è culto della tolleranza, non c'è accettazione della sconfitta, non c'è rispetto per gli alleati e figuriamoci per gli avversari.

Se legittime sono le correnti all'interno di un partito o i temi su cui i componenti di una coalizione non convergono, non altrettanto possono esserlo la continua contrapposizione e la mancanza di collaborazione al loro interno.
Molti nel PD non si rendono neanche conto dell'importanza dello sistema che hanno introdotto in Italia, o semplicemente non hanno ancora capito come funziona o come sia necessario comportarsi affinché esso operi a dovere.
La logica delle primarie, che affida agli elettori il compito di decidere sulle proposte avanzate dal partito, si pensava avrebbe potuto persino appianare gli scontri all'interno delle segreterie. Invece, finora, hanno ottenuto l'esatto contrario, riuscendo a dividere ulteriormente fazioni già distanti tra loro e spaccare rapporti personali incrinati.

Per farla breve e riprendere la metafora con cui ho iniziato: il problema del PD (e intorno al PD) non è la pluralità di voci diverse, ma l'incapacità di quest'ultime di sottrarsi al protagonismo dei solisti e diventare un coro all'occorrenza.

martedì 16 novembre 2010

Voci da Sotto Coperta

Sono momenti concitati per i politicanti italiani.
Il transatlantico delle libertà sta affondando e per ogni marinaio che promette di non abbandonare il capitano suo capitano, ce n'è uno già in salvo sul barcone futurista ed un altro in preda alle crisi di panico.
Sull'isola deserta come naufraghi stanno gli italiani, abbandonati al loro mesto destino, reso ancor più triste dalla consapevolezza di esserselo scelto da soli, al calduccio primaverile di una cabina elettorale al riparo da occhi indiscreti.

Nel marasma generale, proliferano le voci delle sibille sui possibili scenari futuri, ma non tutte sono attendibili né tutte rivelano ipotesi lecite o legittime, o fondate su una attenta lettura della nostra Costituzione. Tenendo sottomano proprio quest'ultima, passiamo in rassegna le dicerie di questi giorni.

"Prima la mozione di fiducia al Senato, poi quella di sfiducia alla Camera."
Articolo 94.
Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.
Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.
Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.
Il voto contrario di una o di entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.
La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.

La fiducia si vota al momento dell'insediamento o si pone sulla votazione di provvedimenti ritenuti essenziali dall'esecutivo per la condotta politica del Paese.
Spetta invece alla Camera presentare la mozione di sfiducia, che viene votata non prima di tre giorni.
Ergo: prima la sfiducia alla Camera e non per un mero motivo di precedenza nella presentazione rispetto alla mozione di fiducia del Senato.

"Sciogliere soltanto la Camera."
Articolo 88
Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.
Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura.

Napolitano può sciogliere soltanto la Camera come può sciogliere soltanto il Senato. Nel 2008, esempio più recente, la Camera votò la fiducia al governo Prodi ed il Senato no, ma non per questo venne sciolto soltanto quest'ultimo. In realtà, lo scioglimento di una sola Camera non avviene dal 1963, ovvero da quando le due aule parlamentari hanno la stessa durata (in precedenza la Camera durava 5 anni ed il Senato 6).
Ergo: si potrebbe ma non è né consuetudine farlo, né recherebbe giovamento alle casse statali se si pensa che dopo soli due anni si tornerebbe comunque a votare nuovamente.

"Non è possibile in questa legislatura un governo non presieduto da Berlusconi."
Titoli I, II e III della Seconda Parte sull'Ordinamento della Repubblica

I cittadini italiani eleggono i rappresentanti al Parlamento, che a loro volta esprimono una maggioranza di governo presieduta da un Presidente del Consiglio; quest'ultimo deve il suo incarico al Parlamento e non all'elezione diretta dei cittadini.
L'Italia è una Repubblica Parlamentare e non Presidenziale. Il nome del leader del partito scritto sul simbolo presente nelle schede elettorali non è sufficiente a trasformare le elezioni per il Parlamento in una scelta diretta del Presidente del Consiglio. Se le Camere elette esprimono nel corso della legislatura una maggioranza diversa da quella in carica, è loro dovere fiduciare un nuovo esecutivo, guidato da chicchessia. Nel caso in cui il Parlamento non riesce ad esprimere alcuna maggioranza, l'unica strada è il ritorno alle urne.
Ergo: se nasce una nuova maggioranza, con o senza Berlusconi a capo, bene: altrimenti si vota.

"Il governo tecnico è rovesciamento della volontà degli italiani."
Titoli I, II e III della Seconda Parte sull'Ordinamento della Repubblica

La volontà degli italiani emerge al momento dell'elezione del Parlamento e non quando viene a formarsi questa o quella maggioranza. Se il Parlamento, espressione della volontà degli italiani, incarica un nuovo esecutivo, questi sarà assolutamente legittimo.
Ergo: un governo tecnico, o un governo che si poni pochi e precisi obiettivi (una nuova legge elettorale, ad esempio) non è un rovesciamento della volontà degli elettori.

Momento Serietà



Chi è la realtà e chi è la fiction?

domenica 14 novembre 2010

Il Potere logora chi ce l'ha

Alla vigilia di una settimana che si preannuncia turbolenta, sarebbe opportuno fare un passo indietro per analizzare le dinamiche che hanno portato l'attuale governo a questo punto di non ritorno.

C'è una teoria politica che dice: quando una coalizione di governo assume il potere per un periodo prolungato di tempo e/o con una maggioranza numericamente eccessiva rispetto agli altri partiti, tale governo può trovare le maggiori controversie direttamente nel suo dibattito interno. In poche parole, un esecutivo con troppo margine di potere riceverà dal suo interno quella opposizione che non può arrivare dall'esterno.

La spaccatura che sta vivendo oggi il quarto governo Berlusconi è la conferma più limpida di quanto detto qui sopra, ma procediamo per gradi nella nostra dimostrazione.

Partiamo dal piano temporale: il centrodestra ha abbondantemente vinto le elezioni politiche del 2001, approssimativamente "pareggiato" quelle del 2006, e rivinto con un ampio margine quelle del 2008. Dopo quest'ultima tornata nazionale, la coalizione guidata dal PdL ha inoltre sostanzialmente portato a casa anche tutte le altre elezioni intermedie: europee, regionali, provinciali e comunali. Con 8 anni di Governo negli ultimi 10 e ben 3 tornate elettorali vinte di fila, ci sono dunque fondati motivi per ritenere che il consenso del centrodestra sia sufficientemente prolungato nel tempo.

Ma è sul piano quantitativo che i requisiti della teoria di cui sopra sono inequivocabilmente rintracciabili: nel 2008, e ancor più nel 2001, la maggioranza conquistata nelle due aule parlamentari è stata di molto superiore alle forze delle opposizioni. Un vantaggio, in entrambe le occasioni, superiore ai 50 deputati e i 25 senatori.
Come se non bastasse, dei tre partiti eletti fuori dalla coalizione vincente uno è l'UDC, ex alleato del governo odierno: di certo non quello che si definirebbe un acerrimo avversario.

Proprio l'allontanamento dei c'entristi dalla coalizione di centrodestra è il primo sintomo di una maggioranza che ha cominciato a trovare dissenso al suo interno. Nonostante ciò, i numeri dell'attuale governo in Parlamento sono abbondantemente favorevoli.
Perfino troppo.

In netta minoranza in entrambe le Camere, le opposizioni si ritrovano con un potere contrattuale fortemente ridotto, indipendentemente dai loro demeriti. Se a ciò si aggiunge un abuso da parte del governo ampio ed inutile (perché i numeri in Parlamento li avrebbe tutti per una regolare funzione legislativa) della questione di fiducia e della formula del decreto, il ruolo delle opposizioni viene ulteriormente limitato.

In una situazione del genere, e con un Capo dello Stato pronto a firmare anche le ricevute di pagamento delle gentili ospiti di Palazzo Grazioli, non ci sono più ostacoli per l'approvazione di qualsivoglia provvedimento.

Ed è proprio in questo momento che avviene lo scontro all'interno della maggioranza. Se è vero che ogni coalizione, perfino ogni partito di notevole dimensione, deve far fronte a divergenze e dibattiti dentro le proprie mura, tali conflitti saranno tanto più aspri quanto meno preoccupanti sono le minacce dall'esterno.
Per fare un esempio della situazione inversa: se la coalizione di centrosinistra eletta nel 2006 è riuscita a tirare a campare per due anni nonostante avesse soltanto un voto di vantaggio al Senato, ciò è avvenuto grazie soprattutto ad una minaccia forte dell'avversario dall'esterno, che induceva ad un ricompattamento (nei limiti del possibile) delle forze di governo.

Con Bossi dietro al cespuglio e le opposizioni inermi per mancanza di pericolosità parlamentare, Berlusconi e Fini possono tranquillamente sfidarsi a viso aperto, come sta accadendo, anche per mere questioni personali. Solo così si può spiegare come una tale maggioranza parlamentare, composta peraltro da soli due o tre partiti e senza nessuna scadenza elettorale in prossimità, non riesca a portare avanti un'azione concreta di governo.

A proposito di scadenze elettorali, vi ricordate quando il giorno successivo al voto regionale dello scorso inverno, i nostri cari governanti sostennero che le campagne elettorali erano finite per un periodo sufficiente di tempo da garantire al Parlamento la possibilità di discutere e approvare provvedimenti importanti?
"Si apre la stagione delle riforme", annunciarono.
Probabilmente si trattava soltanto di una mezza stagione, di quelle che oramai non ci sono più.