giovedì 13 gennaio 2011

Quarto Potere

Dimmi come è strutturato il tuo sistema televisivo e ti dirò che Paese sei.

Non voglio discutere di come i mass media, e in particolare il tubo catodico, possano influenzare, oggi come ieri, la società italiana inviando messaggi univoci sotto forma di modelli comportamentali o di informazioni, vere o false che siano, non controbattibili. Tutto ciò viene dopo.
Prima, o se volete a capo, di tutto ciò c'è chi possiede una rete televisiva. Nel caso italiano più di una rete, molte più di una.

La lenta conversione dal segnale analogico a quello digitale che sta attraversando il nostro Paese venne annunciata agli albori come una grande opportunità per aumentare la pluralità dell'offerta e le possibilità di investimenti per nuovi competitori.
Facciamo finta che gli incentivi statali stanziati dallo scorso governo di centrodestra non siano andati a favore delle imprese della famiglia Berlusconi che producevano i nuovi decoder o che vendeva a prezzi stracciati abbonamenti alla nuova piattaforma televisiva payperview, poi triplicati nel giro di qualche anno: la situazione attuale è così diversa rispetto a quella precedente al fatidico Passaggio al digitale?

Il duopolio Rai-Mediaset, minimamente infastidito da La7 in chiaro e da Sky sul satellite, si sta a sua volta trasferendo sul digitale: dove è vero che brulicano tanti nuovi canali, ma che sono quasi sempre tematici e mai generalisti e soprattutto rimangono nella stragrande maggioranza dei casi targati Rai o Mediaset.
Questo per il semplice motivo che liberalizzare di punto in bianco non significa dare a tutti le stesse opportunità. Sul nuovo segnale il duopolio non solo non si è spezzato, bensì si sta consolidando: Rai e Mediaset si sono presentate col grosso vantaggio quantificabile in anni di esperienze, di fidelizzazione con lo spettatore, ma soprattutto di introiti. E quando ciò non basta, ci pensano i tentacoli del vate di Arcore ad ostacolare i piani degli avversari.

Forse già saprete del provvedimento dell'attuale governo che nel novembre 2008 aumentò l'IVA sulla pay-tv passandola dal 10 al 20%. Invece è probabile che vi sia sfuggita la mossa da maestro di Mauro Masi, allora neo direttore generale della Rai, che nell'aprile 2009 rifiutò da Sky l'offerta di 50 milioni annui per trasmettere sul satellite il bouquet dei suoi canali satellitari.
a chi il dito negli occhi e a chi il dito in...
L'ultima marachella del B-Team salta fuori adesso che è stato rinvenuto il cadavere, ma il delitto è stato ordito e consumato mesi fa.
La vittima è Dahlia, terza incomoda sia come piattaforma digitale dietro Rai e Mediaset, sia come offerta calcistica a pagamento dietro quest'ultima e Sky, nasce nella primavera del 2009 e oggi è già costretta alla liquidazione. Caro le è costato il tentativo di intromettersi nella battaglia Mediaset-Sky, soprattutto profanando il campo di calcio sul quale si concentrano i maggiori introiti delle pay-tv.

In breve: uno dei tanti scagnozzi del premier, tale Galliani Adriano insediato oramai da anni ai vertici della Lega di Serie A, non ha avuto vita difficile quest'estate nel cambiare in corsa le regole che assegnavano i diritti per la trasmissione sul digitale delle 20 squadre, facendo in modo che Dahlia si ritrovasse senza le partite casalinghe di Fiorentina, Bologna e Palermo (per il quale aveva già messo su un canale dedicato), ovvero i bacini d'utenza maggiori detenuti fino alla scorsa stagione 2009/2010. Ciò ha comportato molti meno abbonamenti e di conseguenza meno introiti, nonostante gli sforzi portati avanti fino ad allora per implementare e migliorare la propria offerta. E soprattutto 150 dipendenti presto senza lavoro.

Ovviamente sono già pronti i piani di recupero del Ministro dello Sviluppo Economico Romani che si è già attivato nella ricerca di qualcuno trai suoi amici disposto a rilevare l'azienda, dietro la promessa di non essere più d'intralcio al capo.
Non dovesse concretizzarsi l'offerta d'acquisto, tranquilli! C'è sempre un Piano B: Mediaset si è detta disponibile ad acquisire i diritti per le partite delle squadre rimaste scoperte, ma ovviamente non è disposta a pagare nemmeno un euro, facendo passare il tutto come un favore ai tifosi rimasti senza copertura televisiva.

Ah, un'ultima nota sulla vicenda: il progetto Dahlia vedeva impegnati investimenti svedesi per circa l'80% sul totale. Nessuno si meravigli se non entrano più capitali esteri nel Bel Paese.

martedì 11 gennaio 2011

Ahi serva Italia

Volevo commentare la notizia che sta circolando in queste ultime 24 ore, confermata peraltro da alcuni sottosottotenenti del PdL, secondo la quale il nuovo partito targato Berlusconi Presidente si chiamerà Italia...



...ma non ce l'ho fatta.


P.s.: aggiunti di fianco due elenchi dei miei link preferiti (ancora in corso di aggiornamento) che spero possiate trovare anche voi di interesse.

sabato 8 gennaio 2011

Incubo di una notte di mezzo inverno

Qualche giorno fa usciva sui giornali la notizia dell'ultima incursione telefonica del nostro caro premier in una trasmissione televisiva (c'è anche il video per chi ne avesse il fegato). Stavolta il destinatario della telefonata governativa non è stato il tanto bistrattato Floris, né l'arcinemico Santoro o il compagno di merende Vespa, bensì il nuovo avanguardista dell'intrattenimento televisivo targato Mediaset: Alfonso Signorini.

Kalispera! (punto esclamativo incluso dagli autori del palinsesto e non dal sottoscritto) era effettivamente un titolo che risuonava inedito dal tubo catodico, ma portava con sé quel profumo antico che solo la lingua greca sa lasciare.
Pensando si trattasse dell'ennesimo format di dibattito preconfezionato su politica, cultura e società decisi che valeva la pena darci un'occhiata. Non speravo di imbattermi in un bis del Dottor B., né di incrociare le teorie dei migliori politologi del nostro tempo (d'altronde rimane pur sempre un programma condotto dal direttore di "Chi"), però mai avrei pensato si potesse arrivare a tanto.

Sui divani che arredavano il palco come fosse il salotto di casa sua con tanto di cucina alle spalle, il presentatore Signorini sedeva in compagnia di due stimate intellettuali comuniste (la Dott.essa Senicar Nina e l'Avv.essa Santarelli Elena), tre direttori di scriteriate redazioni di sinistra (Fede Emilio, Mimun Clemente e Brachino Claudio) ed uno dei più apprezzati cantautori italiani reduci dall'esperienza del PCI insieme alla sua compagna (D'Alessio Gigi e Tatangelo Anna).
Argomenti della discussione:
- perché il Dir. Fede ha licenziato dopo soli 6 giorni l'Avv.essa Santarelli dalla conduzione delle informazioni meteo del TG4?
- perché la Dott.essa Senicar si rifiuta di uscire a cena con il Dir. Fede?
- chi è il giornalista più antipatico con il quale avete lavorato (o, nel caso delle intellettuali sinistroidi, portato a letto)?
Nel mentre:
- intervista ad un calciatore che sta scontando 12 anni di squalifica per essere risultato positivo due volte alla cocaina (Flachi Francesco, ovviamente dipinto come un eroe);
- servizio su come ha festeggiato il suo capodanno l'Ing. Arcuri Manuela;
- balletti e stacchetti vari ed eventuali.

È mia ferma intenzione non esprimere il minimo giudizio sulla trasmissione in questione (sebbene lo si possa arguire), né rammaricarmi sul perché esista e vada in onda. Ma nel momento in cui un politico, anzi il capo del nostro governo, decide di prendere la parola in tale spazio televisivo, tutto ciò assume i connotati di argomento politico: lo assumono i flessibili corpi della Dott. essa Senicar e dell'Avv. Santarelli come lo assumono quelli genuflessi dei Dir. Fede, Mimun e Brachino.
Perché è in uno scenario simile a quello appena descritto che il nostro primo ministro, evadendo da qualsiasi domanda scomoda e sfuggendo da ogni contraltare, ha preso la parola per recitare il solito canovaccio sui comunisti, i magistrati, i giudici, la sinistra, il popolo eccetera eccetera eccetera.

Nessuna teoria, nessun mistero, nessun messaggio subliminale: e soprattutto nessun risultato da vantare nonostante 8 degli ultimi 10 anni passati a governare, bensì soltanto esserci, presentarsi, comunicare.
E ancora, inutile intervenire in un programma politico seguito al 90% da persone che un'opinione politica ce l'ha già. Meglio comparire, o anche soltanto telefonare, dove si annidano gli indecisi (legittimamente indecisi, sia chiaro): è questa la propaganda del terzo millennio.

martedì 4 gennaio 2011

Ma è un canto brasileiro

Come una canzone del buon vecchio Lucio Battisti, questa settimana la vicenda dell'omonimo pluriomicida Cesare ha scalato le hit parade mediatiche di mezzo mondo, guadagnandosi le prime posizioni nelle classifiche italiane e brasiliane.
Siccome non stiamo parlando di spartiti e parolieri alla Mogol, bensì di diritto internazionale e rapporti diplomatici, non possiamo trattare il caso dell'estradizione di Battisti come una brano che ritorna di tanto in tanto alla radio, ma affrontarlo per quello che è: un caso intricato rimasto irrisolto per anni, più volte salito alla ribalta nell'agenda politica e nell'opinione pubblica, che non si poteva affatto pretendere né sperare di sbrogliare da un mattino all'altro.

La decisione di Lula non deve cogliere impreparata l'indignazione pubblica, fino all'altro ieri così silenziosa: la scelta del governo verdeoro è la stessa da anni e Battisti rimane ancora in Brasile dov'era anche sette giorni fa. D'altra parte, però, la non novità di questa vicenda non può e non riesce a nascondere la sua caratteristica a primo impatto più evidente: l'assoluta mancanza di una motivazione plausibile, o quanto meno comprensibile, alla base della decisione di Lula e dell'Avvocatura di Stato brasileira, che parlano di rischi per  l'integrità fisica del condannato in caso di rimpatrio.

Anche andando ad analizzare tale responso in base alle conseguenze e ai benefici che può recare ai suoi attori principali, tutto ciò diventerebbe ancora più inspiegabile in quanto sarebbe impossibile trovarne l'ombra di un vincitore o almeno di qualcuno che possa ricavarne un vantaggio. Tranne ovviamente chi ne avrebbe meno diritto di tutti: il criminale in questione.
Perché ci perde Lula, che conclude nelle polemiche e nell'impopolarità (eccetto per quel manipolo di intellettuali parigini del menga contrari all'estradizione) il rispettabilissimo incarico da Presidente della sua Nazione. Ci perde il suo successore, Dilma Rousseff, che in precedenza si era schierata a favore delle ragioni italiane. Ci perde ovviamente l'Italia (tutta) ma ci perde anche il Brasile perché i due Paesi vedranno congelarsi i rapporti diplomatici tra loro e, chissà, forse anche quelli economici per una stupidissima causa. Ci perde la comunità internazionale che non aveva affatto bisogno di aggiungere una nuova gatta da pelare nel suo già difficile calendario 2011.

O forse, analizzando il tutto da un'altra prospettiva, l'inspiegabilità di questa decisione è dovuta solamente alla parzialità della nostra italica posizione. La posizione di chi non vuole sentir provenire da altre Nazioni le accuse che noi stessi lanciamo quotidianamente al nostro sistema giuridico e alle nostre strutture penitenziarie. La posizione di chi vede intaccato il proprio ruolo internazionale da un Paese, il Brasile, non più soltanto patria di calcio e favelas, ma che ha raggiunto un livello del PIL pari al nostro ed è in corsia di sorpasso grazie ad una crescita economica nell'ultimo decennio 10 volte più forte di quella italiana. Una posizione che è riuscita a ricompattare l'intero sistema partitico italiano come è recentemente accaduto soltanto con le promesse di riduzione del numero dei parlamentari o di abolizione delle province.
Sarà mica un caso che ogni volta che tutti i nostri politici sono d'accordo tra loro poi va a finire sempre in un clamoroso fiasco?

venerdì 31 dicembre 2010

Dicembre, 2010, Italia

Bene, eccoci qui, anche quest'anno sta volgendo al termine: ma prima di strappare l'ultimo foglio dal calendario ci tenevo a dedicare un'ultimo pensiero al mio caro Paese.

Ancor prima che il nostro caro Presidente avrà preso la parola stasera mentre saremo alle prese con un baccalà marinato o il capitone fritto, noi già sapremo cosa ci hanno regalato questi dodici mesi appena trascorsi e già potremo indovinare cosa avranno in serbo per noi i prossimi dodici: niente.
Niente di nuovo, niente che cambi, niente che si rimetti a posto. Perché siamo ancora convinti che una terza persona singolare dai tratti eterei ed intangibili possa portare fortuna ad un disgraziato o maledire il più innocente degli uomini; o in alternativa che un solo uomo al comando possa risolvere i problemi di una Nazione intera, dopo essere fermo al palo dopo più di tre lustri.

Questo mese che sta per concludersi è sembrato così uguale agli altri che lo hanno preceduto e così rappresentativo di come tutto resti sempre ineffabilmente uguale da farci vivere l'ennesimo déjà vu collettivo.
Soltanto in questo dicembre abbiamo assistito ad un esecutivo che doveva cadere e non è caduto per un governo che non ha i numeri per governare e non governerà con una Corte Costituzionale che non si esprime perché teme influenze politiche quando dovrebbe essere il contrappeso principale del potere politico.

In precedenza abbiamo vissuto un intero anno di debito pubblico in aumento, di prodotto interno lordo a crescita praticamente nulla, di occupazione in calo e di una nuova generazione con un destino peggiore di quello dei loro padri scritto e controfirmato da una classe dirigente trenta, quaranta, cinquant'anni più anziana e decrepita di lei.

E ancora: un anno di sondaggi, un anno di promesse, un anno di spazzatura per le strade (non solo di Napoli) e in tivvù o sui giornali. Un anno di sbatti il mostro in prima pagina, un anno di figli di politici che entrano in consiglio comunale, un anno di parenti e amici assunti nell'azienda del comune, dal più grande d'Italia giù fino all'ultima comunità montana. Un anno di "Pompei è crollata un altra volta" "Guarda che la prima volta si trattò di un'eruzione" "No, no, c'è stato un altro crollo ieri", un anno di bunga bunga, un anno di (non solo per amor di par condicio) Letta jr in tivvù e dei suoi lettiani (l'ho ascoltata su TgLa7, ve lo giuro). Un anno di cucine a Montecarlo, un anno di programmi culinari a tutte le ore, un anno di Avetrana tra un programma culinario e l'altro. Un anno di plastici da Vespa, un anno di presentazioni del libro di Vespa con i politici accanto, un altro anno passato a chiedermi "ma i giornalisti non dovevano essere i nemici del Palazzo?". Un anno di editoriali di Minzolini, un anno di metodo boffo e di macchina del fango, un anno di Bocchino prima da una parte e poi dall'altra, boh. Un anno di studenti sui tetti dell'università, un anno di Bersani sui tetti dell'università, un anno di spazzacamini, insomma. Un anno che mi sono rotto le palle di ricordare, un anno che se lo vai a raccontare fuori di qui nemmeno ti credono, un anno che se gli cambi i nomi dei personaggi e lo racconti ai protagonisti non ti credono nemmeno loro. Un anno da dimenticare, un anno di cui avrò già dimenticato qualcosa scrivendo, un anno che sarà difficile fare peggio.
Ed un anno, il prossimo anno, in cui sono certo che ci riusciremo. A fare peggio, dico.

Buon 2011 a tutti.

martedì 28 dicembre 2010

L'Italia dei Favori

Durante questo dicembre l'Italia dei Valori si sta mostrando in tutta la sua semplicità per quello che è, forse anche dinanzi ai suoi più ciechi sostenitori e simpatizzanti, solitamente così solerti a voler ostinatamente aprire gli occhi altrui.
Qualcuno ha capito cos'ha detto?
Vietate e combattute le correnti interne, sbarrato qualsiasi accesso ad una leadership incontestata e incontestabile, il partito Di Pietro (rigorosamente con una sola "di" per sottolineare non solo l'appartenenza della cosa alla persona ma addirittura l'identificazione del tutto con un unico soltanto) è un partito monocratico e personalista tanto quanto il PdL. Con un punto di criticità in più non da poco.
Infatti, per quanto il berlusconismo abbia bisogno come l'aria di nemici che lo attacchino quotidianamente con ferocia per ricompattare puntualmente la propria fazione, Berlusconi senza Di Pietro può beatamente continuare a vivere politicamente. Viceversa, non potremmo dire altrettanto.
In tanti si sono domandati quale possa essere il futuro di Di Pietro e del suo partito successivamente ad un'uscita dalla scena romana di B. Nonostante i vari tentativi di rifarsi un volto politicamente più disteso ed esteso, l'ipotesi più probabile rimane tutt'oggi ancora la stessa: l'estinzione.
Tornando al presente, seguendo questa pista e calcando le orme più profonde della malafede, diremmo che il voto contrario alla sfiducia espresso alla Camera il 14/12 da quel manipolo di "fuoriusciti" dall'IdV non è stato poi così accidentale, ma necessario per garantire ancora un po' di ossigeno a Tonino l'abruzzese. Malelingue.

Ma anche se non stessero così le cose, c'è di certo che le responsabilità di Di Pietro sono tante e non da poco. La percentuale di ribaltonisti nel suo partito è stata la più alta del Parlamento: per chi dell'opposizione all'attuale premier ne ha fatto il punto primo ed ultimo del proprio programma è un risultato gravissimo, ma non inspiegabile.
Se da una parte c'è l'impossibilità di coltivare una classe politica adeguatamente preparata laddove tutto è già scritto, il leader è insostituibile e non c'è discussione interna; dall'altra abbiamo visto allungarsi fetida e maleodorante l'ombra di quella porcata della legge elettorale.
Se un parlamentare incerto della propria riconferma alla prossima tornata elettorale deve il suo scranno ad un segretario piuttosto che al popolo, quel parlamentare, al netto della propria integrità morale (che è comunque un gradino sotto quella del pedofilo, come sosteneva Woody Allen), preferirà andarsi a cercarsi un segretario che gli offra di più o, in mancanza di offerte adeguate, mantenere a galla un governo qualsiasi piuttosto che rinunciare al suo rimborso romano da 20.000 euro mensili esentasse più bonus.

Si è commentato da solo
Il voto di preferenza, pace all'anima sua, legava ogni politico al suo elettore non secondo un vincolo di mandato fortunatamente incostituzionale, ma in base a quel rapporto di fiducia e responsabilità l'uno verso l'altro che ne stabiliva il principale viatico per la riconferma del parlamentare e la rappresentatività del votante.
Abolendo il voto di preferenza è stata intaccata quella forza della nostra democrazia rappresentativa, già così flebile a causa di quel voto di scambio ancora così lontano dall'essere vinto una volta per tutte. Parlare oggi di una riforma elettorale urgente potrebbe essere avvertito come non prioritario rispetto ai problemi reali del Paese. Forse. O forse no: perché tutti i problemi di un'Italia così bistrattata possono riassumersi ed averne la causa principale nella rinuncia spontanea o nella sottrazione dall'alto di quella entità democratica, agli occhi di molti così pallida e sbiadita.

venerdì 24 dicembre 2010

Nuova Linea Editoriale

Già che ci siamo, già che c'è voglia di parlare ed indignarsi ancora, perché non dedicare l'ultimo pensiero della notte al caro insetto nazionale?
Si è appena conclusa l'ultima puntata di Porta a Porta, la cui terza parte era incentrata sulla riforma dell'università approvata ieri 23 dicembre.
Ebbene, in studio c'era ovviamente Bruno Vespa che presentava la legge con un'imparziale "non si poteva fare meglio", in compagnia del giornalista Paolo Mieli che dipingeva ancor più cautamente il provvedimento come un "autentico miracolo". Se ai due pareri pesati ed obiettivi aggiungiamo il terzo, ultimo ed umile intervento del ministro dell'istruzione che da il suo nome all'intera riforma, ci rendiamo conto di come anche questa sera Rai Uno è riuscita a garantire il suo contraddittorio all'azione del suo Governo.
La propaganda moderna si nutre di piccoli e continui sforzi quotidiani, non di grandi opere.

Mea Culpa

Voglio innanzitutto porgere le mie scuse ai pochi ma cari lettori di questo spazio per la mia improvvisa scomparsa. Non mi aspettavo le dimostrazioni di stima e gli incitamenti ad andare avanti raccolti in questi giorni e devo dire che mi sono sentito doppiamente vigliacco (cit. per palati fini, fini con la minuscola, eh) per aver sospeso il mio blog. Perciò, con la promessa di evitare nuovi prolungati silenzi e ritornare a scrivere con costanza, mi impegnerò a ritornare su ogni argomento che avrei voluto e dovuto trattare in queste settimane e che ho invece trascurato.

So di non potermela cavare così e lo sapevo ogni qualvolta avevo intenzione di riprendere a battere su questa tastiera: dovevo trovare una scusa convincente per il mio abbandono.
Inizialmente pensavo di poter approfittare del triste esempio dei politici e dei calciatori italiani. I primi avevano deciso una sospensione dell'attività parlamentare fino al voto di sfiducia del 14 dicembre, i secondi avevano proclamato una domenica di sciopero dai campi della Serie A: entrambi in sostanza non avrebbero "lavorato" per ben due settimane. E suonava vagamente provocatorio come le due corporazioni più seguite degli italiani potessero in contemporanea incrociare le braccia, o le gambe.
Ma se qualcuno credeva a questo genere di coincidenze, il blocco duopolistico italiano è stato presto sciolto dalla categoria "lavorativa" delle due più responsabile: i pallonari, ovviamente, che revocarono per tempo il loro sciopero.

Insisto con quel genere di virgolettato perché è il punto di partenza di un lungo elenco di somiglianze tra i due mondi che non può non destare inquietudine.
Gli appartenenti di entrambe le sfere vengono pagati profumatamente per svolgere attività delle quali qualsiasi altro italiano si occuperebbe gratuitamente. Gli stessi protagonisti, al pari degli spettatori/elettori, mancano il più delle volte delle più basilari concezioni di tolleranza o fair play. Da una parte cresce l'astensionismo, dall'altra gli stadi sono sempre più vuoti. Da una parte i politici sono sempre in tivvù, dall'altra in tivvù c'è sempre una partita da guardare. Da una parte la qualità dello spettacolo è sempre più bassa, dall'altra piove sempre di più, governo ladro. Da una parte i conti delle società sono sempre più in rosso, dall'altra il debito pubblico del Paese va sempre più in alto. Da una parte si abbandonano i vivai, dall'altra abbiamo un giovane su quattro disoccupato. Da una parte l'unico confronto tra le parti avviene in un regime perenne di violenza verbale se non fisica e dall'altra... dall'altra pure.

Chiusa qui la digressione, dicevamo che rimaneva soltanto la politica ad incaponirsi nel suo lassismo. Perché se da una parte è vero, è la Costituzione stessa a recitare che una mozione di sfiducia non può essere votata prima di 3 giorni dalla sua presentazione in aula, dall'altra nessuno è riuscito ad accorgersi che quattro settimane, di cui le ultime due di ozio integrale, forse erano un'esagerazione. Perché in quelle due settimane, ognuno dei 950 parlamentari ha continuato a percepire il suo salario (rimborso, ci tengono a precisare; e prometto a breve un resoconto il più dettagliato possibile sull'entità dello stesso: vi anticipo soltanto che per 14 giorni senza far nulla siamo almeno sui 9.000 euro esentasse più bonus).

Perché poi in due settimane trovare un parlamentare con un mutuo da pagare o un'agopuntura che faccia discordia all'interno del proprio partito non è poi così difficile. Il problema è che non si capisce il motivo per il quale il nostro caro premier abbia dovuto ricorrere a tanto, a meno che non si avvalli la teoria dei grugniti di Di Pietro: quella di evitare di farsi giudicare per reati di cui continua a dichiararsi innocente. Perché non c'era nulla di meglio per le forze di governo che vedersi spegnere da un'opposizione incapace di mettere insieme una maggioranza alternativa e ripresentarsi così alle urne esente dalla responsabilità della fine di una legislatura che avevano iniziato con una sessantina di parlamentari di vantaggio. Continuo a pensare che per la premiata ditta B&B non si sarebbe potuta presentare occasione migliore e continuo a ritenere il loro strategicamente un passo falso, politicamente il peggior governo possibile per il Paese.

Ogni giorno pensavo a come e quando ritornare a scrivere, ve lo assicuro. Ma non era facile farlo, non con i conati di vomito che ti coglievano puntualmente ogniqualvolta incrociavi il volto di Scilipoti in tivvù, salito nel frattempo alla ribalta per il suo movimento (da uno schieramento all'altro) di responsabilità nazionale; quando assistevi agli spettacoli indecenti di La Russa; mentre tentavi di capire cosa stava mugugnando Di Pietro; nei momenti in cui ti chiedevi se davvero Bersani stava sostenendo quello che aveva appena detto.
Potrei continuare a lungo in questo elenco bipartisan di orrori politici perché erano sotto gli occhi vostri come quelli miei. Ma così proseguendo non farei altro che aderire alla condotta standard di quegli stessi ceffi fin qui da me (e dal buon senso comune) deplorati: di quanti per discolparsi delle proprie negligenze scaricano le proprie responsabilità sul prossimo o si appellano al "così fan tutti" della lordura diffusa.
Perciò non mi resta null'altro da fare che recitare il Mea Culpa.

Buon Natale a tutti.

martedì 30 novembre 2010

Quanto Manca? Part III

Terza e ultima puntata sull'analisi della situazione politica in vista del voto di sfiducia del 14/12. Parlerò dei partiti che, è proprio il caso di dirlo, ancora mancano all'appello dell'area di centrosinistra: Partito Democratico, Italia dei Valori e Sinistra e Libertà.

Il governo è cambiato e tu te ne sei andato
PD. Tenersi aperte tutte le possibilità è mestiere da buon diplomatico ma non se aspiri a diventare un partito maggioritario e, soprattutto, autorevole. Nessuno degli scenari che ha davanti è stato scritto da un piddino, eccetto quello di un governo allargato con Fini, Casini, Rutelli, Di Pietro e Chi Ci Sta (il fratello scemo di La Qualunque). Gli obiettivi di una nuova legge elettorale, un patto di stabilità per affrontare la crisi e impedire la riforma Gelmini sono encomiabili ma tale governo non avrebbe né i numeri in entrambe le Camere, né la consistenza per resistere più di una folata di vento in un inverno ormai prossimo che si prospetta durissimo.
L'alternativa, per quanto inspiegabilmente indigesta, è dunque il voto immediato sperando che falliscano dall'altra parte i tentativi di rimettere in piedi una nuova maggioranza di centrodestra. Ma il partito si divide (in)credibilmente sulla scelta dell'alleanza. Da una ci sono parte IdV, SEL e una ragionevole parte della sinistra, dall'altra il Comitato di Liberazione Nazionale con c'entristi e finiani.
La prima ipotesi eviterebbe alleanze assurde con la destra ma imporrebbe un'attenta selezione della sinistra più radicale e non darebbe la certezza della vittoria. La seconda invece garantisce maggiori probabilità di successo elettorale, ma porterebbe a osceni compromessi trasversali. E se a sinistra si teme tanto la sconfitta alle primarie contro Vendola, nell'ipotetico CLN il leader quasi sicuramente non sarà un piddino, nonostante in entrambi i casi il PD rimarrebbe il bacino elettorale maggiore della coalizione: rimarginare il proprio ruolo a destra pur di non rimarginarsi a sinistra, resta un proposito inspiegabile ai più.
Prospettive: se ci sarà la sfiducia proveranno un improbabile governo trasversale, le cui possibilità rimangono però subordinate ai tentativi di dialogo nel centrodestra. Nel voto a primavera partono alla pari (o in leggero vantaggio?) col centrodestra nel caso si corresse a tre, ma l'idea di un governo c'entronissimo con Fini, Casini e compagnia cantante li tormenterà sino all'ultimo momento facendone calare i consensi.

Ti piace vincere facile?
IdV e SEL. Partiti piuttosto diversi ma in una situazione molto simile. Favorevoli più al voto immediato che al governo trasversale dopo la sfiducia, sono entrambi un viatico obbligatorio per qualsiasi coalizione di centrosinistra. I piddini vorrebbero sganciarsi dall'irrequietezza dipietrista ed evitare il rischio di una sconfitta contro Vendola alle primarie di coalizione, ma per loro oramai è troppo tardi a meno che non scendano a patti con Fini.
Né l'UDC né FLI sono disponibili a una coalizione elettorale con questi due partiti, ma dall'altra parte sia SEL che l'IdV hanno raggiunto un bacino di voti che gli garantisce ugualmente la presenza in Parlamento; e il loro consenso potrebbe aumentare in caso di "tradimento" del PD nei confronti dell'elettorato di sinistra.
Prospettive: Di Pietro e Vendola assistono indispettiti al dubbio amletico piddino, ma rassicurati dal fatto che alla fine Bersani e co. torneranno in ginocchio da loro a chiedergli un'alleanza di sinistra in vista di un voto che nonostante tutto non li vede battuti in partenza, anzi. Se sapranno risvegliare l'elettorato d'appartenenza, convincere la maggioranza degli indecisi e limitare le perdite dei voti di protesta verso il MoVimento 5 Stelle, la vittoria potrebbe non essere una chimera.

Ultimo appunto sul microcosmo della falce e martello riunito nella FdS: La Federazione della Sinistra recupera i resti di Rifondazione, Verdi, socialisti e comunisti vari usciti due anni fa dal Parlamento, che potrebbero scendere a patti con Vendola o il PD pur di ottenere qualche scranno in Parlamento. Porterebbero con sé un buon bacino di voti, ma anche considerevoli grattacapi per un eventuale governo oltre che lo spettro della grande ammucchiata di prodiana memoria.


p.s.: quasi dimenticavo, mancano ancora due interminabili settimane.