domenica 17 ottobre 2010

Più di 10, 100, 1000





Dove eravamo rimasti? Scorrendo un po' le notizie riguardanti il tema centrale di questa intensa settimana troviamo:
Bonanni che ricorda trionfante l'ultimo accordo sindacale con la Fiat inneggiando "10, 100, 1000 Pomigliano": già letta.
Le sedi di CISL e UIL che vengono bersagliate da lanci di uova e riaffrescate da scritte che definiscono i due sindacati servi del potere: roba vecchia.
Ministri degli Interni e del Lavoro che mettono le mani avanti su eventuali rischi d'incidenti nella manifestazione organizzata dalla FIOM manco fosse una partita di calcio: solite cose.
Bene, possiamo arrivare subito all'argomento in questione.
Ieri, sabato 16 ottobre, si è tenuta a Roma una manifestazione organizzata dalla FIOM per richiedere maggiore tutela dei diritti dei lavoratori. Che tale manifestazione sia stata promossa innanzitutto dalla sigla dei metalmeccanici, e soltanto in seconda battuta dalla CIGL, la dice lunga sullo strascico che ancora si portano dietro le tristemente note vicende di Pomigliano d'Arco.
Quella Pomigliano d'Arco che rimane suo malgrado un simbolo, il punto più basso mai raggiunto nella storia recente della contrattazione lavorativa.
 
Il peggio, però, pare non essere alle spalle purtroppo.
La manifestazione di ieri è stata sicuramente un indiscutibile successo di presenze in piazza, seppure quest'ultime siano oggetto delle solite querelle tra organizzatori e Questura di Roma: da un lato parlano di un milione di dimostranti, dall'altro di appena 80.000. La distanza tra le parti pare abissale, ma ci sono margini di speranza per un accordo su una cifra intorno ai 300.000 manifestanti, striscione più striscione meno. Fossero stati anche la metà della cifra indicata dalla più riduttiva delle valutazioni, in altri Paesi sarebbe stata un successo. Nel Bellissimo Paese no.
Nel Bellissimo Paese capita che il Governo in carica riesca sempre a cavarsela con un "sì, sono tanti, ma rimangono sempre la minoranza nel Paese" dichiarato da uno degli esponenti del PdL estratto a sorte tra i tanti portabandiera a loro disposizione. Come se fosse necessario ogni volta essere il 50% più uno degli elettori per aggiungere un tema all'agenda della discussione politica, o in alternativa vincere le elezioni. L'alternativa, l'unica alternativa, è l'oblio.
Stando così le cose, quale migliore occasione per i partiti di opposizione per dare uno schiaffo alla maggioranza? Come non detto.
Rivolgi lo sguardo all'evanescente gruppo di maggioranza dell'opposizione e te li ritrovi davanti alla solita annosa morettiana questione: mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Il che vuol dire adesione a titolo personale a discrezione di ogni tesserato ma assenza della sigla di partito: una giro complicato di parole per far capire ai cari vecchi operai che "grazie dell'invito, ci siamo voluti tanto bene, ma è meglio se non ci facciamo più vedere insieme".
Per l'UDC, invece, è una questione diversa, etica e morale: a quanto pare le famiglie martoriate dal trattamento Marchionne non sono famiglie come tutte le altre. Inoltre anche questa occasione torna per loro buona per ricordare che con l'IdV e la sinistra non vogliono averci nulla a che fare, come se una manifestazione di piazza sui diritti dei lavoratori abbia qualche inerenza con le prossime elezioni politiche.
Non c'è nemmeno più accordo tra sindacati, anzi, il successo della manifestazione FIOM ha segnato il fallimento del riavvicinamento dell'area CGIL verso CISL e UIL, riavvicinamento mai tentato con convinzione negli ultimi tempi e del quale non si sa neanche più se sia desiderato o desiderabile. Di certo c'è soltanto che un mondo sindacale spaccato, spaccato non soltanto in due, non aiuta i lavoratori.
Infine ci sono quei due annunci di Epifani sul palco che tanto stridono tra loro. Lo sciopero generale previsto entro il 2011 e il termine della sua segreteria il prossimo mese. Come aizzare la folla con promesse già di per sé difficili da mantenere, che sicuramente non manterrai in prima persona perché passerai a breve la patata bollente nelle mani di qualcun altro (nello specifico: Susanna Camusso).
In attesa, forse vana, della fatidica conta degli iscritti che sancirebbe una volta per tutte il reale peso contrattuale di ciascun sindacato per ogni settore lavorativo, c'è di che rimanere perplessi sull'argomento. Molto perplessi.

martedì 12 ottobre 2010

Show Must Go Home







Queste le parole dello zio di una delle quattro vittime di Herat proferite, probabilmente urlate, al Ministro della Difesa Ignazio La Russa, durante l'arrivo ieri a Roma delle salme dei soldati rimasti uccisi nell'agguato.
«I parenti in queste occasioni hanno diritto a qualsiasi reazione emotiva, sia quella di quello zio che quelle affettuose dimostrate da altri parenti anche oggi»
Questa, invece, è stata la risposta a freddo davanti ai giornalisti del suddetto Ministro.

Avrei anche potuto scrivere soltanto e semplicemente il titolo con il commento dello zio e la foto dei feretri dei caduti, ma poi correvo il rischio che passasse anche la mia per una "reazione emotiva".

E mi domando perché un invito a riflettere debba essere calcolato come una "reazione emotiva". Perché il dolore della perdita di una proprio caro debba in qualche modo affievolire la forza di poche parole così incisive e, soprattutto, lecite.
Lecite come un'opinione. Un'opinione talmente forte e condivisibile (e difatti condivisa) da non appartenere soltanto a chi è legato in maniera affettiva alle vittime della tragedia ma da quanti sono direttamente interessati come Nazione. E non solo quando capitano queste stragi, bensì ogni giorno possa capitare a chiunque di noi di riflettere per un attimo sui soldati nostri connazionali, ma anche di altri Paesi, in missione in territori tanto lontani a volte non soltanto geograficamente da noi.
Che siano lì per estirpare un male comune internazionale quale il terrorismo è chiaro a tutti da tempo. Ma chi e in che modo e sta coordinando gli sforzi? Con quali obiettivi precisi e con quali risultati finora ottenuti? Con la collaborazione di chi e contro quali personaggi?
Se già dal 2001 era difficilmente comprensibile il concetto di missione armata di pace, ora che questa guerra sta riportando in patria più bare di soldati compianti che notizie di risultati tangibili, tutte queste domande sono ancora più lecite.
Come lecito rimane ammonire una carica istituzionale su ciò che sta accadendo. E non in quanto "reazione emotiva" ma perché sono richieste risposte o, meglio, fatti concreti che soddisfino le domande che molti si stanno ponendo da ormai diverso tempo e che acquistano sempre più voce ogni qualvolta ci scappi il morto.
Perché è possibile unire la riflessione alla sofferenza senza che l'una intacchi l'altra e viceversa.

Poi possono venire fuori tutte le discussioni possibili sul fatto che chi ci lascia la vita sia un martire, un eroe oppure no; che le truppe vengono lautamente stipendiate; che queste sono composte da professionisti che sanno dove vanno e non da forze di leva e così discorrendo.
Persino se sia il caso di equipaggiare i velivoli di ordigni può essere discusso nelle sedi più appropriate, anche se fa specie sentir parlare di questioni del genere dopo nove (9) anni di missione e a pochi mesi dall'inizio del ritiro delle truppe, in programma secondo le parole del Ministro degli Esteri Frattini a partire dall'estate 2011 e che dovrebbe concludersi nel 2014.

L'importante è che chi di dovere riesca finalmente a fornire risposte alla sensazione di quei molti che avvertono il protrarsi di questo intervento militare in Afghanistan come qualcosa di spaesato, disorganizzato e meramente inerziale. Sensazioni che ricordano sinistramente quanto accaduto nel Viet-fottuto-nam.

lunedì 11 ottobre 2010

B.-Side


Un po' di aggiornamenti dal fronte della Presidenza del Consiglio.

"t'ho sporcato sul naso"
Visita in Russia per festeggiare il compleanno dell'amico Putin. I dettagli del viaggio, come sempre, sono avvolti nel mistero: sia mai che qualcuno facesse la soffiata al cane di Pavlov della sua festa a sorpresa o gli svelasse in anticipo l'entità del regalo (dopo aver incensato l'amico come un dono del Signore soltanto un mese fa, il nostro caro premier pare sia rimasto in dubbio sino all'ultimo tra un forziere d'oro o una confezione di mirra in edizione limitata).

Tornato in Italia dopo aver adempiuto i suoi obblighi diplomatici, l'ex Ministro allo Sviluppo Economico (che non c'è) è stato ricoverato all'istituto clinico Humanitas di Rozzano (MI) per un intervento chirurigico al tendine della mano sinistra, provata dai numerosi pugni chiusi d'obbligo esibiti durante il party in onore del compagno Vladimir.

Ma la notizia per noi rilevante è un'altra. No, non sono stati finalmente resi noti i dati relativi agli accordi per la distribuzione e la compravendita delle risorse energetiche nel nostro territorio. Bensì (dovrete accontentarvi) che il Cavaliere, mentre in sala tutti si scatenavano con il torneo di limbo, escluso dalla contesa per la sua manifesta superiorità dovuta alla propria invincibile combinazione tra doti fisiche e preparazione atletica, ha trovato il tempo per dichiarare: 
«Se negli ultimi due mesi la nostra parte politica ha dato un'immagine che non ha entusiasmato, lo si deve ad alcuni errori del partito e non del governo"»

Partiamo da quel paio di verità immanenti messe in discussione con una sola manciata di parole.
La prima è che la popolarità del governo, potrebbe aver interrotto la deflazione galoppante, finora ininterrotta, che l'aveva portata lo scorso settembre al dato record del 117% dei consensi: percentuale, ricordiamo, seconda soltanto al rapporto debito/PIL della Nazione.
Mentre la seconda dice che il Popolo delle Libertà, spacciato sin dal giorno della sua fondazione, per l'appunto, come un popolo, adesso diventa un partito. Sia chiaro: non un mesto e triste partito come tutti gli altri, ma pur sempre il Partito dell'Amore.

Meri dettagli, però, se paragonati al rigore scientifico di una logica per la quale, se un Governo ed una sovrabbondante maggioranza parlamentare non riescono a soddisfare pienamente il palato dei propri numerosissimi elettori, e della cittadinanza tutta, la colpa è del partito. Forse perché non è abbastanza grosso da ricoprire tutte le seggiole di Camera e Senato. O, al contrario, probabilmente perché il partito è troppo grande e nel coro di voci che dovrebbero cantare all'unisono, ogni leggera stonatura appare irritabilmente evidente come una lavagna graffiata da un righello.

esempio di devozione
Come non coltivare un moto di pena e compassione per tutti gli uomini(cchi) del Presidente, a coloro che dal lato B di B. traggono la linfa vitale della propria esistenza (e dal quale anche una flatulenza viene accolta come la dolce brezza del mattino)? Il mio pensiero, dunque, va stasera a tutti i Bondi, i Cicchitto, i Bonaiuti, i Gasparri, i Lupi, i Cap... (no ai Capezzone no) di questo meraviglio amorevole mondo chiamato PdL. Dopo aver votato anima e (soprattutto) corpo al popolo-partito senza ricevere mai neanche una parola d'apprezzamento per tutto il lavoro svolto ai microfoni di qualsivoglia TG, sulle poltroncine di ogni talkshow televisivo e, quando non rimangono imbottigliati nel traffico di Roma, dagli scranni del Parlamento, ora devono anche sentirsi dire che la colpa, se tutto va male in questo Paese, è soprattutto loro.

Sigh: solo chi ha una colata di cemento al posto del cuore può essere tanto irriconoscente.

domenica 10 ottobre 2010

I Meno Peggio

Sarò io ad avere un rapporto conflittuale con l'algebra ma faccio davvero fatica a tenere il conto dei congressi tenuti dal PD nell'arco di una stagione.
Buon per loro, sia chiaro, che magari tutte quelle teste pensanti riescono da sotto un'unica tenda a lanciare proclami se non del tutto identici e omogeneizzati (il che non sarebbe nemmeno auspicabile), perlomeno simili e concordanti tra loro. Anche perché, quando sono intervistati ognuno per conto proprio, i risultati sono quelli che abbiamo sotto gli occhi: qualcuno gioca a bastoni e l'altro risponde picche.
Ma ai congressi no, perdinci: tutti insieme, tutti d'accordo, tutti abbracciati. Quindi ben vengano per loro.

L'ultimo congresso piddino s'è concluso ieri. L'armonia frai partecipanti era tale da far apparire così lontana anche la ventata di grafomania che spinse, qualche mese fa, diversi esponenti del centrosinistra a scrivere lettere a qualsivoglia testata giornalistica nazionale, con il presumibile intento di inviare agli elettori segnali di vita. Segnali, c'è da dire, ampiamente confortanti: i morti ancora non hanno il potere di resuscitare. (Chi non venne contagiato da tale moda scribacchina fu senz'altro il leader dell'Italia dei Favori, probabilmente per i suoi evidenti limiti grammaticali).

autolesionista
L'ultimo a parlare a questo congresso è stato il segretario Pierluigi Bersani. Una volta tanto dal suo discorso, tra le numerose metafore improbabili e gli inestricabili proverbi inventati ai quali ci ha simpaticamente abituato, è saltato fuori qualcosa di interessante e perspicace. Nulla sui reali problemi del paese, sia chiaro (per il qual motivo, ahinoi, comprendo e mi unisco alla vostra delusione), però ha concesso al suo pubblico un'attenta considerazione politologa riguardante il suo partito.
Ha centrato il punto, ci è arrivato finalmente. Anzi, in un colpo solo ha anche ammesso tutte le mancanze del suo partito ma senza per ciò gettare la spugna. Questo sì che è parlare con franchezza. Parafrasando le sue parole è chiaro il messaggio: "Noi non siamo in grado di combinare nulla di buono, ma se ci tenete così tanto a impedire che Berlusconi continui a governare o che possa vincere nuovamente le elezioni, il PD, inetto e inefficace per quanto possa essere, è e rimarrà l'unica alternativa percorribile. Basta litigi tra di noi, basta accuse dagli alleati, basta attacchi da giornali che hanno come nemico il premier. Siamo i meno peggio e per questo, solo per questo, dovete trattarci con rispetto."

Vorrei aggiungere dell'altro ma, capirete, ha fatto tutto lui. Con un po' di ritardo ha detto/lasciato intendere ciò che molti elettori disillusi e osservatori della politica con un minimo di attenzione e obiettività avevano compreso già da parecchio.
Peccato che votare il male minore per il bene del Paese risuoni un po' come la guerra preventiva per esportare la pace di bushiana memoria.
il re del porta a porta

Adesso che ci hanno parlato con sincerità (e col beneplacido della Vespa) lo facciano pure il porta a porta per convincere ogni maggiorenne italiano a fare una croce alle prossime elezioni sul simbolo dei Meno Peggio. Ma che non tocchino i bambini, però, i ragazzetti. Essendo minorenni non possono votarli, perciò il centrosinistra italiano, questo centrosinistra, non ha bisogno dei fanciulli così come questi ultimi non hanno bisogno di questo modo di intendere e vivere la politica.
Che siano risparmiati, cortesemente, da una zolfa del genere: può darsi che possano crescere con un'idea di partecipazione politica ed uno spirito sociale che con il clima di oggi non avrà nulla da spartire.

...la speranza è sempre l'ultima a morire...

sabato 9 ottobre 2010

Metodo Buffo


Vittorio Pozzo
In principio era il Metodo. Lo schema tattico con cui la nazionale italiana di calcio, guidata in panchina dal commissario tecnico Vittorio Pozzo, vinceva qualsiasi competizione internazionale durante gli anni '30, tra le quali spiccano le Coppe Rimet (la vecchia Coppa del Mondo) nel '34 e nel '38 e l'oro olimpico di Berlino 1936. Un portiere, due terzini, due mediani laterali, un centromediano (definito, appunto, "metodista"), due interni, un ala destra, un ala sinistra ed un centravanti. Molta attenzione in difesa, tanto contropiede, pochi passaggi per arrivare in porta, zero vittorie lasciate agli avversari.
Poi venne la guerra, la seconda mondiale, e la Resistenza: in Italia cadde la dittatura del Musso e Vittorio Pozzo, troppo legato con i trionfi di un tempo, ovviamente sfruttati dalla macchina propagandista fascista, dovette "spontaneamente" farsi da parte.

Adesso, non verrò mai a dirvi che quei tempi son tornati perché benauguratamente non è così. Ma qualcosa di vintage nell'aria c'è, qualcosa che sembra così nuovo agli occhi ma che profuma inconfondibilmente di antico. Come quando vai alla toilette dopo qualcuno che non ha tirato lo scarico: i pezzi marrò sono nuovi, ma l'odore invece è sempre lo stesso.
Dunque, il Metodo è tornato. Fosse anche soltanto per il nome e per l'ispirazione tratta dai tempi che furono: oggi si chiama Metodo Buffo e di fascista ha i caratteri di violenza, di qualsiasi genere (morale, etica, psicologica) tranne che fisica, con il quale alcune collezioni quotidiane di fogli ciclostilati si accaniscono contro un individuo a scelta. A scelta ovviamente non di chi scarabocchia su quelle pagine ma di chi paga gli imbrattatori.

tridente nel Metodo Buffo
Non fosse per il sacrosanto articolo 21 della Costituzione italiana (che riposi in pace), saremmo spinti ad un sentimento di pena per tutti gli alberi abbattuti per porre la cellulosa sotto l'inchiostro di tali sedicenti giornalisti.
Ad ognuno, però, fortunatamente spetta ancora la libertà di scrivere le proprie opinioni, anche quando attaccano frontalmente e perseguitano quotidianamente un personaggio definibile "pubblico" per la rilevanza politica, economica e sociale del suo lavoro. Soprattutto quando si viene a sapere che ha uno scheletro nascosto nell'armadio.
Ci si può accanire legittimamente contro la terza carica dello Stato per la discutibile scelta di una cucina, anzi si deve farlo, se questi non è in grado di spiegare la propria posizione e la propria estraneità a comportamenti scorretti. Ma con la stessa veemenza si dovrebbero attaccare la seconda e la quarta carica dello Stato. E come questi tutti gli altri, tutti coloro che hanno qualcosa di cui vergognarsi e invece rimangono impuniti al loro posto.

finalisti per il 3° e 4° posto
Dando per scontato il partigianismo congenito della stragrande maggioranza dei giornali editi e distribuiti in Italia, ci sono tante e tali cose tristi in questa situazione che non si sa da quale partite per esprimere la propria indignazione.
Se qualcuno indaga su propri presunti comportamenti scorretti, non ci si può e non ci si deve limitare a criticarne i modi, ma bisognerebbe saper dimostrare la propria innocenza.
Se si chiede al proprio avversario politico (o al proprio alleato ripudiato) di dimettersi dal proprio incarico istituzionale a causa di un monolocale al mare, bisognerebbe possedere la coerenza di abbandonare la propria di seggiola quando si è coinvolti in una serie di giudizi e di accuse più lunga della lista della spesa per un cenone di capodanno.
Se molti sono o possono essere giudicati colpevoli di una delinquenza, non è dimostrata la proprietà transitiva per cui "tutti sono criminali", né la proprietà distributiva per la quale ognuno è colpevole alla stessa maniera, ma dovrebbe vigere soltanto il diritto secondo cui "la legge è uguale per tutti". Senza lodi Al Bano o Ghedina Power.
E se anche tutti fossero colpevoli alla stessa maniera, non è questo un buon motivo per rimanere tutti insieme al proprio posto.

...sèh, vabbè, buonasera...

venerdì 8 ottobre 2010

Red Carpet

Dopo l'Oscar alla Pace (o Nobel Preventivo, fate voi) assegnato nel 2009 al presidente degli Stati Uniti Barack Obama, i norvegesi hanno pensato bene che era forse il caso di assegnare quest'anno il riconoscimento ad un candidato con maggiori credenziali, riassegnando allo stesso premio un significato ed una sostanza che talvolta gli sono venuti meno.

Nobel inconsapevole
Egli ancora non lo sa, ma Liu Xiaobo è il vincitore del Premio Nobel per la Pace 2010. "[…] per la sua lunga e non violenta battaglia in favore dei diritti umani fondamentali in Cina." questa è la motivazione annunciata da Thorbjoern Jagland, presidente del comitato per l'assegnazione dei premi, aggiungendo che "Il Comitato norvegese per il Nobel ritiene da tempo che ci sia uno stretto legame tra i diritti umani e la pace. […]". Motivazione che spiega anche perché Liu Xiaobo, al netto di tutti gli ottimismi del caso, non sarà ad Oslo il prossimo 10 dicembre per ritirare questo premio. E forse nemmeno il prossimo anno, né quello dopo. Almeno non fino a quando non avrà scontato gli 11 anni di carcere (in un luogo conosciuto solo alle autorità cinesi) sentenziati dal Tribunale Supremo di Pechino che confermava in appello l'accusa di "incitamento alla sovversione del potere dello stato" e di aver "superato i limiti della libertà d'espressione consentita" con il quale era stato condannato il 25 dicembre 2008. Scrittore e docente universitario, fu uno dei promotori di "Charta 08", il manifesto politico firmato da oltre 300 intellettuali e artisti e spinto da più di 10.000 adesioni, che chiedeva al governo di Pechino di attuare quelle riforme previste dalla Costituzione in favore della democratizzazione della Cina. E aveva già partecipato attivamente nel 1989 alle proteste di piazza Tienanmen, anche se no, non era lui l'uomo con le buste della spesa davanti ai carri armati (ma fa sempre piacere ricordarlo, appena ce n'è occasione).

un eroe senza nome e senza età
Ora, senza tirarla tanto per le lunghe, la Repubblica Popolare Cinese, per quanto indubbiamente cinese, ha ben poco dei caratteri di una repubblica e meno ancora possiede una vocazione popolare. Il rapporto di legittimità che lega la sua classe dirigenziale politica con i suoi cittadini è molto labile, al punto da lasciar credere che esso possa spezzarsi da un momento all'altro. In Cina, chi reclama per il rispetto di diritti umani che non gli vengono riconosciuti rischia la detenzione in carcere, soprattutto se accusato, come nel caso di Liu Xiaobo, di essere un dissidente, un sovversivo, un aizzatore di folle.

In questa decisione, i giudici del comitato di Oslo non si sono lasciati intimorire dall'ombra della potenza emergente più intransigente ed irritabile diplomaticamente della scena mondiale. Intransigenza che impone ogni volta un velo di ambiguità nei rapporti politici ed economici intrattenuti dalla Cine con gli altri Stati, soprattutto dell'Occidente più industrialmente sviluppato. Ambiguità dei capi di governo occidentali, ovviamente, perché Pechino delle sue linee politiche, interne e no, non ne ha mai fatto mistero. Spetta agli altri, a quanti vogliono relazionarsi e piegarsi al cospetto dell'imponente apparato economico cinese, in rapida e forte crescita soprattutto se confrontato, nella maggioranza dei casi, con il proprio stagnante tentativo di ripresa, muoversi tra l'ambiguità di un rapporto amichevole di convenienza e la chiusura di entrambi gli occhi davanti allo scenario cinese di violazioni continue dei diritti umani, anche dei più elementari. Violazioni che arrivano nonostante la Repubblica Cinese sia firmataria di accordi internazionali di tutela di tali diritti, con gli altri Stati che si tengono ben lontani dal richiederne l'effettivo rispetto, se non con dichiarazioni occasionali di rito, come quelle che si rincorrono dal momento dell'assegnazione del Nobel di oggi. I motivi di questo timore sono essenzialmente due e val la pena ricordarli: il primo fa riferimento al possedimento di ordigni nucleari; il secondo invece risponde alla fatidica domanda, se mai ve la foste posta: "ma chi diamine sarà il creditore di tutti 'sti debiti pubblici sparsi per il mondo?"


E allora, per una volta, la lezione al governo di Pechino viene data dal comitato di un premio, che per quanto celebre, anzi celeberrimo, pur sempre un mero riconoscimento opinabile rimane, poco più rilevante degli Oscar, molto invece al di sotto del giudizio di ognuno di noi. Ma si permette, nella desolante negligenza di tutti, di indicare la via da perseguire ad un colosso di un miliardo e mezzo di individui e con il secondo prodotto interno lordo al mondo.

A differenza, per esempio, di quanto potrebbe e ha recentemente avuto l'occasione di fare il sorridente ex Ministro dello Sviluppo Economico di un noto Paese dell'Unione Europea, nell'ultimo meeting con il Presidente cinese Wen Jiabao per stipulare accordi di collaborazione e scambio commerciale. Meglio, ha ritenuto invece opportuno, mostrarsi accondiscendenti e anzi lunsighieri, apprezzare ammirati "il ruolo svolto dalla Repubblica Popolare Cinese sulla scena internazionale" ed elogiare la sua "volontà di sedare tutti i contrasti e risolvere tutte le situazioni con grande saggezza e serietà". Un vero peccato non poter usufruire in tali occasioni di una telecamera sotto il tavolo delle trattative.

...ma questa è un'altra storia...