giovedì 27 gennaio 2011

Se questo è un uomo

Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero. (Primo Michele Levi)

La storia non è maestra di niente.

mercoledì 26 gennaio 2011

Treppiedi in una Scarpa

In una Democrazia come quella italiana, la separazione dei poteri vuole che chi viene incaricato di una funzione pubblica, svolgendo il proprio compito si comporti anche da controllore di quanti parallelamente sono stati incaricati di altre funzioni pubbliche, complementari alla propria e mai concorrenti.
Il potere, inteso come autorità legittimata a decidere o influenzare le decisioni di uno Stato, non è a somma zero. Il detentore di uno dei tre poteri statali (esecutivo, legislativo e giudiziario) che interviene per sminuire chi ne esercita uno diverso nel tentativo di sottrargli ed accaparrarsi maggiore autorità, fallirà miseramente.

Perché la delegittimazione di una sola istituzione pubblica si riversa direttamente nei confronti dello Stato in quanto massimo ufficio riconosciuto dai cittadini e coinvolgerà in maniera direttamente proporzionale ogni altra istituzione, a partire da quella che avrà iniziato il processo di autodistruzione.
Un potere che controlla un altro potere non può perciò intervenire per sottrarre a quest'ultimo margini di autorità, né invaderne i confini di influenza. Il sistema dei pesi e contrappesi si regge se tutti gli incaricati di un potere adempiono al proprio compito: se una delle istituzioni preposte diventa troppo forte o troppo debole, le conseguenze coinvolgono l'intero sistema. Tali poteri sono in sintesi come i legni di uno sgabello a tre piedi: se uno di questi è troppo lungo o troppo corto, lo Stato che vi è seduto sopra cade.

Nella guerra di trincea riesplosa in questi giorni tra l'esecutivo di Berlusconi e la magistratura di Milano, vediamo affrontarsi tra loro due poteri similmente forti accaniti l'uno contro l'altro per una battaglia persa in partenza da tutti.
Se il premier dovesse dimettersi sotto i colpi dei PM milanesi, il potere giudiziario conquisterebbe un influenza abnorme sulle scelte politiche del Paese che difficilmente saprebbe controllare da solo; mentre un'ennesima sottrazione dal giudizio del tribunale per il Presidente del Consiglio significherebbe un altro destabilizzante colpo per un sistema giuridico sempre più invadente, lungo e inconcludente.
Ma non è tra questi due contendenti che nasce lo squilibrio delle nostre istituzioni, bensì dall'inarrestabile perdita di autorità del Parlamento italiano. Un Parlamento sbranato dagli altri due poteri: prima delegittimato oltre ogni suo demerito dall'inchiesta di Mani Pulite e poi sottratto sempre più spesso del suo potere legislativo da Consigli dei Ministri prodighi di decretazioni d'urgenza.
Se il Parlamento, crocevia fondamentale per le fortune di ogni Repubblica Parlamentare che si rispetti, non troverà un moto d'orgoglio e non riscatterà il suo ruolo di protagonista per la politica italiana, questi decennali tempi bui rischiano di protrarsi ancora per molto.
L'unica via percorribile è quella che ricondurrà i nostri parlamentari dalle luci degli studi televisivi ai banchi di Palazzo Madama e di Montecitorio: una volta lì, dovranno riappropriasi del propria funzione legislativa, impedire questa tacita trasformazione in atto del nostro sistema in un presidenzialismo zoppo e riassumersi personalmente quelle responsabilità da troppo tempo delegate ad un singolo, che mettendoci la faccia per tutti ha sacrificato non solo le idee, concetti ormai preistorici, ma persino i programmi di governo in cambio di un più rassicurante e meno impegnativo "ci penso io".

martedì 25 gennaio 2011

Ruby Tuesday

Questo blog (ed ovviamente il suo autore) ha il (pessimo?) vizio di sparire nei momenti più bui e di sottrarsi alle illogiche di quella caciara politichese che impone la ripetuta baraonda di accuse, sempre le stesse da anni, di una parte contro l'altra (e viceversa) come l'unico spartito rimasto alla nostra classe dirigente per adempiere l'ingrato compito della rappresentanza politica, l'unica strada per quegli intellettuali d'oggi idioti di domani per vendere la propria opinione.
Purtroppo per questi gorilla in giacca e cravatta e minigonna (con tutto il rispetto per i gorilla ma anche per le minigonne), il loro baccanale circa le sorti della Repubblica delle Banane non riesce a coprire il silenzio di una Nazione mortificata dalla disinvolta noncuranza per quei problemi quotidiani che un parlamentare, per forza di uno rimborso dieci volte superiore allo stipendio medio di un cittadino qualsiasi, non può affrontare, né concepire e quindi nemmeno risolvere.
C'è un Paese ormai logoro ed abituato a questa umiliazione governativa che fa del suo puntualmente elevato tasso di partecipazione alle urne la sua incrollabile speranza affinché qualcosa cambi, ma che al tempo stesso ha imparato da tempo e a proprie spese a provvedere a sé stesso. Perché ci sarà un motivo per cui, non soltanto nel Meridione, il familismo amorale assume così tanta importanza; e ci sarà un motivo per cui questo Paese ha il peggiore debito pubblico ed il minore debito privato d'Europa.
In attesa che si ritorni a parlare di riforme e provvedimenti anziché azzardarsi sui pronostici del prossimo ritorno alle urne, perché registrare negli ultimi 8 mesi il mesto bottino di una finanziaria e della legge Gelmini mi sembra un po' poco, soprattutto alla luce dell'ampia maggioranza che fu e dello scilipotiano governo che è adesso.
In attesa, dicevo, ascoltiamoci la solita vecchia nuova canzone:





"There's no time to lose", I heard her say
Catch your dreams before they slip away
Dying all the time
Lose your dreams and you will lose your mind
Ain't life unkind?

giovedì 13 gennaio 2011

Quarto Potere

Dimmi come è strutturato il tuo sistema televisivo e ti dirò che Paese sei.

Non voglio discutere di come i mass media, e in particolare il tubo catodico, possano influenzare, oggi come ieri, la società italiana inviando messaggi univoci sotto forma di modelli comportamentali o di informazioni, vere o false che siano, non controbattibili. Tutto ciò viene dopo.
Prima, o se volete a capo, di tutto ciò c'è chi possiede una rete televisiva. Nel caso italiano più di una rete, molte più di una.

La lenta conversione dal segnale analogico a quello digitale che sta attraversando il nostro Paese venne annunciata agli albori come una grande opportunità per aumentare la pluralità dell'offerta e le possibilità di investimenti per nuovi competitori.
Facciamo finta che gli incentivi statali stanziati dallo scorso governo di centrodestra non siano andati a favore delle imprese della famiglia Berlusconi che producevano i nuovi decoder o che vendeva a prezzi stracciati abbonamenti alla nuova piattaforma televisiva payperview, poi triplicati nel giro di qualche anno: la situazione attuale è così diversa rispetto a quella precedente al fatidico Passaggio al digitale?

Il duopolio Rai-Mediaset, minimamente infastidito da La7 in chiaro e da Sky sul satellite, si sta a sua volta trasferendo sul digitale: dove è vero che brulicano tanti nuovi canali, ma che sono quasi sempre tematici e mai generalisti e soprattutto rimangono nella stragrande maggioranza dei casi targati Rai o Mediaset.
Questo per il semplice motivo che liberalizzare di punto in bianco non significa dare a tutti le stesse opportunità. Sul nuovo segnale il duopolio non solo non si è spezzato, bensì si sta consolidando: Rai e Mediaset si sono presentate col grosso vantaggio quantificabile in anni di esperienze, di fidelizzazione con lo spettatore, ma soprattutto di introiti. E quando ciò non basta, ci pensano i tentacoli del vate di Arcore ad ostacolare i piani degli avversari.

Forse già saprete del provvedimento dell'attuale governo che nel novembre 2008 aumentò l'IVA sulla pay-tv passandola dal 10 al 20%. Invece è probabile che vi sia sfuggita la mossa da maestro di Mauro Masi, allora neo direttore generale della Rai, che nell'aprile 2009 rifiutò da Sky l'offerta di 50 milioni annui per trasmettere sul satellite il bouquet dei suoi canali satellitari.
a chi il dito negli occhi e a chi il dito in...
L'ultima marachella del B-Team salta fuori adesso che è stato rinvenuto il cadavere, ma il delitto è stato ordito e consumato mesi fa.
La vittima è Dahlia, terza incomoda sia come piattaforma digitale dietro Rai e Mediaset, sia come offerta calcistica a pagamento dietro quest'ultima e Sky, nasce nella primavera del 2009 e oggi è già costretta alla liquidazione. Caro le è costato il tentativo di intromettersi nella battaglia Mediaset-Sky, soprattutto profanando il campo di calcio sul quale si concentrano i maggiori introiti delle pay-tv.

In breve: uno dei tanti scagnozzi del premier, tale Galliani Adriano insediato oramai da anni ai vertici della Lega di Serie A, non ha avuto vita difficile quest'estate nel cambiare in corsa le regole che assegnavano i diritti per la trasmissione sul digitale delle 20 squadre, facendo in modo che Dahlia si ritrovasse senza le partite casalinghe di Fiorentina, Bologna e Palermo (per il quale aveva già messo su un canale dedicato), ovvero i bacini d'utenza maggiori detenuti fino alla scorsa stagione 2009/2010. Ciò ha comportato molti meno abbonamenti e di conseguenza meno introiti, nonostante gli sforzi portati avanti fino ad allora per implementare e migliorare la propria offerta. E soprattutto 150 dipendenti presto senza lavoro.

Ovviamente sono già pronti i piani di recupero del Ministro dello Sviluppo Economico Romani che si è già attivato nella ricerca di qualcuno trai suoi amici disposto a rilevare l'azienda, dietro la promessa di non essere più d'intralcio al capo.
Non dovesse concretizzarsi l'offerta d'acquisto, tranquilli! C'è sempre un Piano B: Mediaset si è detta disponibile ad acquisire i diritti per le partite delle squadre rimaste scoperte, ma ovviamente non è disposta a pagare nemmeno un euro, facendo passare il tutto come un favore ai tifosi rimasti senza copertura televisiva.

Ah, un'ultima nota sulla vicenda: il progetto Dahlia vedeva impegnati investimenti svedesi per circa l'80% sul totale. Nessuno si meravigli se non entrano più capitali esteri nel Bel Paese.

martedì 11 gennaio 2011

Ahi serva Italia

Volevo commentare la notizia che sta circolando in queste ultime 24 ore, confermata peraltro da alcuni sottosottotenenti del PdL, secondo la quale il nuovo partito targato Berlusconi Presidente si chiamerà Italia...



...ma non ce l'ho fatta.


P.s.: aggiunti di fianco due elenchi dei miei link preferiti (ancora in corso di aggiornamento) che spero possiate trovare anche voi di interesse.

sabato 8 gennaio 2011

Incubo di una notte di mezzo inverno

Qualche giorno fa usciva sui giornali la notizia dell'ultima incursione telefonica del nostro caro premier in una trasmissione televisiva (c'è anche il video per chi ne avesse il fegato). Stavolta il destinatario della telefonata governativa non è stato il tanto bistrattato Floris, né l'arcinemico Santoro o il compagno di merende Vespa, bensì il nuovo avanguardista dell'intrattenimento televisivo targato Mediaset: Alfonso Signorini.

Kalispera! (punto esclamativo incluso dagli autori del palinsesto e non dal sottoscritto) era effettivamente un titolo che risuonava inedito dal tubo catodico, ma portava con sé quel profumo antico che solo la lingua greca sa lasciare.
Pensando si trattasse dell'ennesimo format di dibattito preconfezionato su politica, cultura e società decisi che valeva la pena darci un'occhiata. Non speravo di imbattermi in un bis del Dottor B., né di incrociare le teorie dei migliori politologi del nostro tempo (d'altronde rimane pur sempre un programma condotto dal direttore di "Chi"), però mai avrei pensato si potesse arrivare a tanto.

Sui divani che arredavano il palco come fosse il salotto di casa sua con tanto di cucina alle spalle, il presentatore Signorini sedeva in compagnia di due stimate intellettuali comuniste (la Dott.essa Senicar Nina e l'Avv.essa Santarelli Elena), tre direttori di scriteriate redazioni di sinistra (Fede Emilio, Mimun Clemente e Brachino Claudio) ed uno dei più apprezzati cantautori italiani reduci dall'esperienza del PCI insieme alla sua compagna (D'Alessio Gigi e Tatangelo Anna).
Argomenti della discussione:
- perché il Dir. Fede ha licenziato dopo soli 6 giorni l'Avv.essa Santarelli dalla conduzione delle informazioni meteo del TG4?
- perché la Dott.essa Senicar si rifiuta di uscire a cena con il Dir. Fede?
- chi è il giornalista più antipatico con il quale avete lavorato (o, nel caso delle intellettuali sinistroidi, portato a letto)?
Nel mentre:
- intervista ad un calciatore che sta scontando 12 anni di squalifica per essere risultato positivo due volte alla cocaina (Flachi Francesco, ovviamente dipinto come un eroe);
- servizio su come ha festeggiato il suo capodanno l'Ing. Arcuri Manuela;
- balletti e stacchetti vari ed eventuali.

È mia ferma intenzione non esprimere il minimo giudizio sulla trasmissione in questione (sebbene lo si possa arguire), né rammaricarmi sul perché esista e vada in onda. Ma nel momento in cui un politico, anzi il capo del nostro governo, decide di prendere la parola in tale spazio televisivo, tutto ciò assume i connotati di argomento politico: lo assumono i flessibili corpi della Dott. essa Senicar e dell'Avv. Santarelli come lo assumono quelli genuflessi dei Dir. Fede, Mimun e Brachino.
Perché è in uno scenario simile a quello appena descritto che il nostro primo ministro, evadendo da qualsiasi domanda scomoda e sfuggendo da ogni contraltare, ha preso la parola per recitare il solito canovaccio sui comunisti, i magistrati, i giudici, la sinistra, il popolo eccetera eccetera eccetera.

Nessuna teoria, nessun mistero, nessun messaggio subliminale: e soprattutto nessun risultato da vantare nonostante 8 degli ultimi 10 anni passati a governare, bensì soltanto esserci, presentarsi, comunicare.
E ancora, inutile intervenire in un programma politico seguito al 90% da persone che un'opinione politica ce l'ha già. Meglio comparire, o anche soltanto telefonare, dove si annidano gli indecisi (legittimamente indecisi, sia chiaro): è questa la propaganda del terzo millennio.

martedì 4 gennaio 2011

Ma è un canto brasileiro

Come una canzone del buon vecchio Lucio Battisti, questa settimana la vicenda dell'omonimo pluriomicida Cesare ha scalato le hit parade mediatiche di mezzo mondo, guadagnandosi le prime posizioni nelle classifiche italiane e brasiliane.
Siccome non stiamo parlando di spartiti e parolieri alla Mogol, bensì di diritto internazionale e rapporti diplomatici, non possiamo trattare il caso dell'estradizione di Battisti come una brano che ritorna di tanto in tanto alla radio, ma affrontarlo per quello che è: un caso intricato rimasto irrisolto per anni, più volte salito alla ribalta nell'agenda politica e nell'opinione pubblica, che non si poteva affatto pretendere né sperare di sbrogliare da un mattino all'altro.

La decisione di Lula non deve cogliere impreparata l'indignazione pubblica, fino all'altro ieri così silenziosa: la scelta del governo verdeoro è la stessa da anni e Battisti rimane ancora in Brasile dov'era anche sette giorni fa. D'altra parte, però, la non novità di questa vicenda non può e non riesce a nascondere la sua caratteristica a primo impatto più evidente: l'assoluta mancanza di una motivazione plausibile, o quanto meno comprensibile, alla base della decisione di Lula e dell'Avvocatura di Stato brasileira, che parlano di rischi per  l'integrità fisica del condannato in caso di rimpatrio.

Anche andando ad analizzare tale responso in base alle conseguenze e ai benefici che può recare ai suoi attori principali, tutto ciò diventerebbe ancora più inspiegabile in quanto sarebbe impossibile trovarne l'ombra di un vincitore o almeno di qualcuno che possa ricavarne un vantaggio. Tranne ovviamente chi ne avrebbe meno diritto di tutti: il criminale in questione.
Perché ci perde Lula, che conclude nelle polemiche e nell'impopolarità (eccetto per quel manipolo di intellettuali parigini del menga contrari all'estradizione) il rispettabilissimo incarico da Presidente della sua Nazione. Ci perde il suo successore, Dilma Rousseff, che in precedenza si era schierata a favore delle ragioni italiane. Ci perde ovviamente l'Italia (tutta) ma ci perde anche il Brasile perché i due Paesi vedranno congelarsi i rapporti diplomatici tra loro e, chissà, forse anche quelli economici per una stupidissima causa. Ci perde la comunità internazionale che non aveva affatto bisogno di aggiungere una nuova gatta da pelare nel suo già difficile calendario 2011.

O forse, analizzando il tutto da un'altra prospettiva, l'inspiegabilità di questa decisione è dovuta solamente alla parzialità della nostra italica posizione. La posizione di chi non vuole sentir provenire da altre Nazioni le accuse che noi stessi lanciamo quotidianamente al nostro sistema giuridico e alle nostre strutture penitenziarie. La posizione di chi vede intaccato il proprio ruolo internazionale da un Paese, il Brasile, non più soltanto patria di calcio e favelas, ma che ha raggiunto un livello del PIL pari al nostro ed è in corsia di sorpasso grazie ad una crescita economica nell'ultimo decennio 10 volte più forte di quella italiana. Una posizione che è riuscita a ricompattare l'intero sistema partitico italiano come è recentemente accaduto soltanto con le promesse di riduzione del numero dei parlamentari o di abolizione delle province.
Sarà mica un caso che ogni volta che tutti i nostri politici sono d'accordo tra loro poi va a finire sempre in un clamoroso fiasco?

venerdì 31 dicembre 2010

Dicembre, 2010, Italia

Bene, eccoci qui, anche quest'anno sta volgendo al termine: ma prima di strappare l'ultimo foglio dal calendario ci tenevo a dedicare un'ultimo pensiero al mio caro Paese.

Ancor prima che il nostro caro Presidente avrà preso la parola stasera mentre saremo alle prese con un baccalà marinato o il capitone fritto, noi già sapremo cosa ci hanno regalato questi dodici mesi appena trascorsi e già potremo indovinare cosa avranno in serbo per noi i prossimi dodici: niente.
Niente di nuovo, niente che cambi, niente che si rimetti a posto. Perché siamo ancora convinti che una terza persona singolare dai tratti eterei ed intangibili possa portare fortuna ad un disgraziato o maledire il più innocente degli uomini; o in alternativa che un solo uomo al comando possa risolvere i problemi di una Nazione intera, dopo essere fermo al palo dopo più di tre lustri.

Questo mese che sta per concludersi è sembrato così uguale agli altri che lo hanno preceduto e così rappresentativo di come tutto resti sempre ineffabilmente uguale da farci vivere l'ennesimo déjà vu collettivo.
Soltanto in questo dicembre abbiamo assistito ad un esecutivo che doveva cadere e non è caduto per un governo che non ha i numeri per governare e non governerà con una Corte Costituzionale che non si esprime perché teme influenze politiche quando dovrebbe essere il contrappeso principale del potere politico.

In precedenza abbiamo vissuto un intero anno di debito pubblico in aumento, di prodotto interno lordo a crescita praticamente nulla, di occupazione in calo e di una nuova generazione con un destino peggiore di quello dei loro padri scritto e controfirmato da una classe dirigente trenta, quaranta, cinquant'anni più anziana e decrepita di lei.

E ancora: un anno di sondaggi, un anno di promesse, un anno di spazzatura per le strade (non solo di Napoli) e in tivvù o sui giornali. Un anno di sbatti il mostro in prima pagina, un anno di figli di politici che entrano in consiglio comunale, un anno di parenti e amici assunti nell'azienda del comune, dal più grande d'Italia giù fino all'ultima comunità montana. Un anno di "Pompei è crollata un altra volta" "Guarda che la prima volta si trattò di un'eruzione" "No, no, c'è stato un altro crollo ieri", un anno di bunga bunga, un anno di (non solo per amor di par condicio) Letta jr in tivvù e dei suoi lettiani (l'ho ascoltata su TgLa7, ve lo giuro). Un anno di cucine a Montecarlo, un anno di programmi culinari a tutte le ore, un anno di Avetrana tra un programma culinario e l'altro. Un anno di plastici da Vespa, un anno di presentazioni del libro di Vespa con i politici accanto, un altro anno passato a chiedermi "ma i giornalisti non dovevano essere i nemici del Palazzo?". Un anno di editoriali di Minzolini, un anno di metodo boffo e di macchina del fango, un anno di Bocchino prima da una parte e poi dall'altra, boh. Un anno di studenti sui tetti dell'università, un anno di Bersani sui tetti dell'università, un anno di spazzacamini, insomma. Un anno che mi sono rotto le palle di ricordare, un anno che se lo vai a raccontare fuori di qui nemmeno ti credono, un anno che se gli cambi i nomi dei personaggi e lo racconti ai protagonisti non ti credono nemmeno loro. Un anno da dimenticare, un anno di cui avrò già dimenticato qualcosa scrivendo, un anno che sarà difficile fare peggio.
Ed un anno, il prossimo anno, in cui sono certo che ci riusciremo. A fare peggio, dico.

Buon 2011 a tutti.

martedì 28 dicembre 2010

L'Italia dei Favori

Durante questo dicembre l'Italia dei Valori si sta mostrando in tutta la sua semplicità per quello che è, forse anche dinanzi ai suoi più ciechi sostenitori e simpatizzanti, solitamente così solerti a voler ostinatamente aprire gli occhi altrui.
Qualcuno ha capito cos'ha detto?
Vietate e combattute le correnti interne, sbarrato qualsiasi accesso ad una leadership incontestata e incontestabile, il partito Di Pietro (rigorosamente con una sola "di" per sottolineare non solo l'appartenenza della cosa alla persona ma addirittura l'identificazione del tutto con un unico soltanto) è un partito monocratico e personalista tanto quanto il PdL. Con un punto di criticità in più non da poco.
Infatti, per quanto il berlusconismo abbia bisogno come l'aria di nemici che lo attacchino quotidianamente con ferocia per ricompattare puntualmente la propria fazione, Berlusconi senza Di Pietro può beatamente continuare a vivere politicamente. Viceversa, non potremmo dire altrettanto.
In tanti si sono domandati quale possa essere il futuro di Di Pietro e del suo partito successivamente ad un'uscita dalla scena romana di B. Nonostante i vari tentativi di rifarsi un volto politicamente più disteso ed esteso, l'ipotesi più probabile rimane tutt'oggi ancora la stessa: l'estinzione.
Tornando al presente, seguendo questa pista e calcando le orme più profonde della malafede, diremmo che il voto contrario alla sfiducia espresso alla Camera il 14/12 da quel manipolo di "fuoriusciti" dall'IdV non è stato poi così accidentale, ma necessario per garantire ancora un po' di ossigeno a Tonino l'abruzzese. Malelingue.

Ma anche se non stessero così le cose, c'è di certo che le responsabilità di Di Pietro sono tante e non da poco. La percentuale di ribaltonisti nel suo partito è stata la più alta del Parlamento: per chi dell'opposizione all'attuale premier ne ha fatto il punto primo ed ultimo del proprio programma è un risultato gravissimo, ma non inspiegabile.
Se da una parte c'è l'impossibilità di coltivare una classe politica adeguatamente preparata laddove tutto è già scritto, il leader è insostituibile e non c'è discussione interna; dall'altra abbiamo visto allungarsi fetida e maleodorante l'ombra di quella porcata della legge elettorale.
Se un parlamentare incerto della propria riconferma alla prossima tornata elettorale deve il suo scranno ad un segretario piuttosto che al popolo, quel parlamentare, al netto della propria integrità morale (che è comunque un gradino sotto quella del pedofilo, come sosteneva Woody Allen), preferirà andarsi a cercarsi un segretario che gli offra di più o, in mancanza di offerte adeguate, mantenere a galla un governo qualsiasi piuttosto che rinunciare al suo rimborso romano da 20.000 euro mensili esentasse più bonus.

Si è commentato da solo
Il voto di preferenza, pace all'anima sua, legava ogni politico al suo elettore non secondo un vincolo di mandato fortunatamente incostituzionale, ma in base a quel rapporto di fiducia e responsabilità l'uno verso l'altro che ne stabiliva il principale viatico per la riconferma del parlamentare e la rappresentatività del votante.
Abolendo il voto di preferenza è stata intaccata quella forza della nostra democrazia rappresentativa, già così flebile a causa di quel voto di scambio ancora così lontano dall'essere vinto una volta per tutte. Parlare oggi di una riforma elettorale urgente potrebbe essere avvertito come non prioritario rispetto ai problemi reali del Paese. Forse. O forse no: perché tutti i problemi di un'Italia così bistrattata possono riassumersi ed averne la causa principale nella rinuncia spontanea o nella sottrazione dall'alto di quella entità democratica, agli occhi di molti così pallida e sbiadita.